Il suo nome è “Progynova”, è fabbricato della tedesca Bayer ed è un farmaco a base di estrogeni, ritenuto indispensabile per molte persone trans che hanno scelto di sottoporsi per tutta la vita alla Terapia ormonale sostitutiva. Fino a poco più di una settimana fa era inserito nella cosiddetta fascia A dei medicinali, cioè quelli completamente a carico del Sistema sanitario nazionale (salvo alcune Regioni, dove costava 3 euro). A partire dall’1 ottobre, però, Progynova è stato declassato a fascia C dall’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco. Risultato: il suo prezzo è triplicato, arrivando a toccare quota 10 euro. Non così pochi, se si considera che una confezione contiene solo 20 pillole e c’è chi deve assumerne anche due al giorno. Il motivo? In base a quanto appreso da ilfattoquotidiano.it, da un lato Bayer lamenta un problema di “sostenibilità economica”, dall’altro lo Stato non sembra essere intenzionato a farsi carico dei costi ulteriori. In mezzo c’è la salute di migliaia di cittadini e cittadine, alle prese con un sovrapprezzo che in alcuni casi può diventare insostenibile. “Riteniamo che queste scelte azzardate da parte di chi dovrebbe tutelare la salute pubblica nascano da una scarsa conoscenza del percorso di affermazione di genere e di vita delle persone transgender, gender variant e non binarie”, scrivono decine di associazioni lgbtq+ in un comunicato congiunto indirizzato al neo ministro della Salute Roberto Speranza. Fra le prime firmatarie dell’appello c’è Valentina Coletta, del Movimento identità trans di Bologna (Mit), che a ilfatto.it aggiunge: “Per chi si è sottoposto a vaginoplastica è un vero e proprio farmaco salvavita, perché diventa l’unica fonte di ormoni. Interrompendo la cura si rischia in breve tempo una grave forma di osteoporosi”.

La “sostenibilità economica” come causa della riclassificazione
Per capire i passaggi che hanno portato al declassamento di Progynova, però, bisogna fare un passo indietro. La “determina” con cui l’Agenzia italiana del farmaco ne ha stabilito la riclassificazione è stata pubblicata in Gazzetta ufficiale il 25 settembre scorso. Stando a quanto si legge nel documento, l’avvio dell’iter è scaturito il 4 marzo 2019 da una domanda presentata da Bayer Spa ed esaminata il mese successivo dalla Commissione tecnico-scientifica dell’Aifa. Le ragioni sono piuttosto semplici: come hanno spiegato fonti della casa farmaceutica al Fatto.it, il medicinale avrebbe innanzitutto come destinazione d’uso le donne in menopausa e da quando è stato messo in commercio (anni ’70) non ha mai subito variazioni di prezzo. Ora, però, l’azienda ha deciso di rivederne il costo per un problema di “sostenibilità economica”. Fermo restando, specificano fonti interne, che esistono delle alternative terapeutiche interamente rimborsabili o altri farmaci analoghi al Progynova prodotti da altre case farmaceutiche inseriti sempre in fascia C. Di fronte alla richiesta sollevata da Bayer, tuttavia, l’Agenzia italiana del farmaco ha preferito non opporsi, autorizzandone la riclassificazione.

Coletta (Mit) al Fatto.it: “Il ministro apra un tavolo sulla salute trans”
“Sappiamo bene che Progynova nasce inizialmente per le donne in menopausa”, spiega Valentina Coletta del Mit al Fatto.it. Come si legge nel foglietto illustrativo online del farmaco, infatti, l’assunzione di estrogeni può “alleviare i sintomi tipici post-menopausali”, dalle vampate di calore all’insonnia, fino a stati depressivi e mal di testa. “Tuttavia, nel caso delle persone trans, favorisce la transizione dal genere maschile a quello femminile, accentuandone i caratteri”, aggiunge. “Smettere di prendere le pillole vuol dire avere scompensi ormonali e fare dei passi indietro in questo processo”. Da qui la decisione di coinvolgere altre associazioni e chiamare in causa direttamente il governo. “È la politica ad avere l’ultima parola, a prescindere dalle volontà delle singole aziende farmaceutiche”, continua Coletta. “Noi non chiediamo solo di rivedere il prezzo delle pillole, ma di aprire un tavolo sulla salute trans. Anche perché non è la prima volta che ci ritroviamo in questa situazione”. Soltanto pochi mesi fa, infatti, erano scoppiate in tutta Italia le polemiche per la carenza di un altro medicinale prodotto da Bayer, il Testoviron (a base di testosterone). Situazione che in teoria sarebbe dovuta rientrare a partire dal 1 ottobre, ma a quanto pare non è più così: in base a quanto emerge dall’ultimo report dell’Aifa, i problemi produttivi del Testoviron non saranno risolti prima del 30 aprile 2020. Motivo per cui l’ente pubblico ha autorizzato il via libera alle importazioni dall’estero.

La reazione delle associazioni lgbtq+
Decine di associazioni lgbtq+, fra cui il circolo Rizzo Lari (ex Milk) di Milano, Arcigay nazionale e Atn Napoli, sono già sul piede di guerra. “I farmaci in questione sono fondamentali per la salute delle persone trans”, scrivono nel comunicato diffuso in queste ore. “Inoltre, non si considera che una grande parte della comunità trans ricade in una fascia socio-economica medio-bassa. In questo modo il costo sanitario della terapia ormonale ricade completamente su una comunità che già vede negati ripetutamente l’accesso a diversi diritti essenziali per una vita dignitosa, come quello al lavoro”. Per questo, spiegano, “chiedimo al signor ministro di incontrare una delegazione delle associazioni Trans e delle/degli attiviste/i operanti sul territorio nazionale, per discutere insieme le strategie migliori per tutelare la nostra salute”. Parole condivise e rilanciate nelle scorse ore anche da Giuseppe Civati, fondatore di Possibile. “La declassazione e l’aumento del costo del medicinale, che in fascia C è tutto a carico del richiedente”, si legge in una nota, “determinano un danno grave, anche economico, e mettono in discussione il diritto alla salute di tutte e tutti”.

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