Daniele Di Mauro è un giovane ragazzo di Mondragone. Classe ‘96, a 23 anni è uno dei rappresentanti più importanti che l’esport italiano abbia mai avuto a livello internazionale. Da due stagioni gioca per il team francese dei Vitality nella massima scena competitiva di League of Legends agli European Championship o, più semplicemente, LEC. Ha iniziato la sua carriera giocando dalla sua stanzetta, come tutti d’altronde, per poi trasferirsi prima in Sardegna per giocare con il Team Forge e poi in Spagna con i Giants.

La sua carriera decolla molto presto ma si concretizza quando a fine 2017 conquista con i Giants l’accesso alla massima serie con l’epica vittoria per 3-2 contro lo Schalke04 che ogni appassionato italiano ricorda limpidamente. Da lì il passaggio ai Vitality e l’inizio dell’avventura nell’EULCS poi diventato LEC nel 2019 con il passaggio alle franchigie. Due anni da protagonista, il premio come miglior esordiente alla sua prima stagione e la partecipazione al mondiale nel 2018.

Che bilancio faresti di questi primi due anni?
Indubbiamente è stato un sogno che si è avverato: ho raggiunto ciò che ogni giocatore di League of Legends desidera non appena inizia a giocare. Per l’anno scorso poi non ho alcun rimpianto, avendo praticamente partecipato a tutti i tornei: i playoff a Copenhagen e Madrid, l’All-Star a Las Vegas, i Worlds in Corea. È stato il mio anno perfetto. Quest’anno non è andata come avrei voluto ma sono sicuro che avremo l’occasione di riscattarci nella prossima stagione.

Nel 2018 con i Vitality avete ottenuto ottimi risultati. È possibile che i risultati altalenanti del 2019 trovino giustificazione nella mancanza di motivazioni? Oppure si tratta del non essere riusciti ad adattarsi alle nuove strategie o, ancora, un semplice passaggio a vuoto che, come negli sport tradizionali, può capitare anche negli esports?
Molto spesso il problema principale è la mancanza di sinergia come in qualsiasi gioco a squadre. Quest’anno è mancato il feeling tra noi giocatori, fattore che si è riversato interamente sulle prestazioni in campo. Nonostante fossimo per quattro su cinque gli stessi giocatori dello scorso anno, si è spenta la scintilla che avevamo l’anno precedente e abbiamo passato la stagione a cercare di riaccenderla. Oggi sappiamo quali errori abbiamo commesso e siamo convinti che per il prossimo split risolveremo le questioni in sospeso.

La presentazione dei team alla cerimonia d’apertura dei Worlds 2018: per i Vitality è salito sul palco come rappresentante proprio Jiizuké

Che emozione è stata per te non solo partecipare ai mondiali ma rappresentare il team, e l’Italia intera, durante la presentazione?
Un’emzione unica di orgoglio e fierezza ma anche sorpresa. Quando mi è stato comunicato che sarei andato io sulla scalinata per la presentazione del team quasi non ci credevo: trovarmi in mezzo a giocatori come come Caps, Uzi e Ambition, mostri sacri di League of Legends, è stato un colpo al cuore. Quando poi hanno chiamato il mio nome è stato semplicemente fantastico, anche se molti dei presenti non sapessero chi fossi.

Quanto è stato importante per te trasferiti dall’Italia alla Spagna? È stato un passaggio necessario per la tua carriera?
Tre anni fa sì, era necessario. Avevo bisogno di farlo, di cambiare aria, di percepire meglio come funzionassero League of Legends e gli esports all’estero. Non rinnego l’Italia perché l’ultimo team per cui ho giocato, i Forge, mi ha dato tanto in termini di preparazione mentale e su come affrontare le nuove sfide. Inoltre eravamo già un ottimo team: io ero l’unico italiano insieme a due coreani, un estone e un finlandese. Aveva già una dimensione europea ma i risultati non ci hanno permesso di fare il grande salto.

Daniele “Jiizuké” Di Mauro ai tempi dei Giants

Per questo motivo decisi di accettare la corte spagnola e di partecipare con i Giants alla LVP, la più importante competizione prima del vecchio EULCS. Principalmente perché aveva, e ha, un’esposizione mediatica che in Italia potevamo solo sognare: se da noi le partite erano seguite da 1.000-2.000 persone, in LVP ce n’erano 10.000-20.000 di spettatori. Poi grazie alle mie giocate sono diventato famoso in poco tempo nella penisola iberica prima e in tutta Europa poi. Ho avuto poi la possibilità di giocare in Challenger Series come titolare e abbiamo conquistato la qualificazione alla massima serie.

Hai accennato ad alcune differenze tra Italia ed Europa. Quali sono secondo te le principali differenze?
Ci sono vari aspetti. Sicuramente la mentalità del nostro paese non aiuta: le persone non sono pronte, o non vogliono esserlo, e vedono i giochi come un semplice passatempo. Gli stessi giocatori anziché ambire a raggiungere traguardi sempre più lati si preoccupano di guadagnare il più possibile dai pochi tornei esistenti. Una situazione che ho personalmente visto sia su Counter-Strike che su League of Legends dove ci sono ancora giocatori di 10 o 15 anni fa che a 25 e quasi 30 anni tentano ancora di sfondare.

La sfida tra Jiizuké e Faker all’All Star 2018 di Las Vegas

Allora la colpa è dei giocatori “datati”?
La colpa non è loro, il problema è il secondo importante aspetto: non ci sono nuovi talenti. Il motivo è la mentalità dei genitori e della scuola, della realtà in cui viviamo. È triste da affermare ma è la situazione attuale, un dato di fatto. Se in Corea del Sud, patria degli esports, un ragazzino a 10 anni comunica alla famiglia di voler diventare un videogiocatore professionista, un pro-player, dopo un primo momento di interrogativi i genitori cercano di capirne meglio, studiano la situazione e si rendono conto che è una strada percorribile. Non per tutti ovviamente, ma è lecito lasciar provare i propri figli e vedere se hanno davvero il talento e le abilità per riuscirci.

In che modo in Corea hanno “normalizzato” gli esports?
In Corea ci sono borse di studio, due università dedicate e una sana informazione: tutto ciò che serve per non considerare i videogiochi competitivi un semplice passatempo e anzi essere posti allo stesso livello delle attività sportive tradizionali. A scuola se sei un gamer sei considerato una persona normale come tutte le altre: come chi fa calcio, nuoto, atletica, una persona che oltre allo studio svolge un’attività sportiva, seguendo la propria passione e la propria inclinazione. In Italia, invece, spesso chi si definisce gamer è oggetto di bullismo a scuola: non ricordo nemmeno quante ne ho subite io durante gli anni del superiore. Era davvero strano, ma per fortuna è acqua passata.

Jiizuké con il coach Jakob “YamatoCannon” Mebdi

Se l’idea di esports cambierà, se i genitori cambieranno, se si investirà in formazione e soprattutto informazione allora l’esport potrà prendere piede anche in Italia. In Francia e Danimarca, ad esempio, i rispettivi presidenti si congratulano con le proprie rappresentative nazionali di gaming e esport per i risultati ottenuti. Il presidente della Corea del Sud l’anno scorso ha visto la finale dei mondiali di League of Legends seduto in prima fila. Siamo il terzo mondo dell’esport in Italia.

Un quadro apparentemente più nero che grigio. Siamo senza speranza?
Negli ultimi anni ci sono indubbiamente stati dei miglioramenti. Siamo lenti ma i progressi sono sotto gli occhi di tutti rispetto al mio ultimo torneo giocato in Italia nel 2016 in occasione del Campionato Italiano targato Riot Games e disputato al Lucca Comics & Games. Non è una questione di infrastrutture ma, ripeto, di mentalità. E, ovviamente, di carenza di sponsor: l’esport vive di sponsorizzazioni e senza di loro è difficile fare passi avanti significativi. Tuttavia oggi anche le aziende, endemiche e non, hanno iniziato a percepire la serietà del fenomeno e le opportunità che gli esports possono presentare: da un primo timido approccio siamo adesso passati alla fase dei primi investimenti.

Come dire: c’è la luce in fondo al tunnel.
Forse sì, ma siamo sempre in ritardo. Perché nel frattempo Riot Games stringe una partnership mondiale con Louis Vuitton mentre in Nord America le sponsorizzazioni ai team hanno ormai raggiunto cifre a sei zeri, a volte sette. In Italia invece non c’è trasparenza da questo punto di vista: non si sa mai in cosa consistono le sponsorizzazioni pubblicizzate dai team. Se si tratta di investimenti in denaro, se si tratta di un nome o di un logo sulla maglia. Credo che in Italia in questo momento il reale volume di denaro che giri tramite sponsor è davvero basso.

Tutta l’esultanza di Daniele al termine della partita

Unendo il discorso economico-sponsorizzazioni con il lato competitivo: è stata una scelta giusta l’introduzione del formato franchigie nella LEC – League of Legends European Championship?
Secondo me sì, l’introduzione del franchising ha aperto definitivamente le porte a nuovi sponsor e investitori più grandi. Nonostante i giocatori siano più o meno gli stessi, queste novità hanno permesso ai team di evolversi, di strutturarsi meglio e di poter investire molto di più nella preparazione dei propri giocatori. Un fattore che ha giocato un ruolo determinate nel processo di affermazione competitiva della regione Europa, iniziata l’anno scorso ai Worlds e che ha raggiunto l’apice quest’anno con la vittoria dei G2 Esports al Mid-Season Invitational. Si tratta di uno sviluppo che avviene in verticale e a cascata: dalle prime squadre fino ai team academy.

Il briefing pre-partita dei Vitality

Hai pensato al tuo futuro e a come ti vedi tra cinque anni?
Io gioco tutti i giorni pensando solo alla mia attuale carriera. Sicuramente non escludo che il ruolo di coach sarebbe intrigante ma lo vedo ancora come una possibilità lontana nel tempo: ho ancora diversi anni prima di pensare ad appendere mouse e tastiera al chiodo. Per il momento tutta la mia concentrazione e attenzione deve essere sulla prossima stagione.

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