L’ultimo appello, la sera prima di morire, scritto in una lettera. Firmato Stefano Cucchi. “Volevo sapere se potevi fare qualcosa per me, per favore rispondimi“. Nell’Aula bunker di Rebibbia a Roma, dove si svolge il processo Cucchi bis, è stato l’avvocato della famiglia del geometra romano, Fabio Anselmo, a mostrare la missiva che il ragioniere romano scrisse il giorno prima di perdere la vita. Una lettera indirizzata a Francesco, operatore del Ceis, la sua comunità terapeutica: “La grafia è quella di una persona fortemente sofferente. Noi ne siamo entrati in possesso in modo rocambolesco”, ha ricordato lo stesso Anselmo in Aula al processo. E ancora: “Si è sostenuto che Stefano Cucchi non avesse voglia di vivere, ma non era così. E questa lettera ne è una prova”. Perché, ha ricordato l’avvocato della famiglia Cucchi, fu scritta la sera del 21 ottobre 2009. Cucchi sarebbe deceduto il giorno seguente.
Mentre lancia un appello di aiuto, si nota, come precisa Anselmo, che la calligrafia di Cucchi non è lineare. Si legge: “”Caro Francesco sono al Sandro Pertini, in stato d’arresto. Scusa se stasera sono di poche parole, ma sono giù di morale e posso muovermi poco”. E infine, la richiesta di aiuto: “Volevo sapere se potevi fare qualcosa per me. Adesso ti saluto, a te e agli altri operatori”.

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