Al “Mago” stavolta la magia è riuscita soltanto a metà. Benjamin Netanyahu, il dominus della politica in Israele negli ultimi 12 anni, non è riuscito a portare la sua Alleanza verso la maggioranza dei 61 seggi. Cosa che lo avrebbe tenuto alla guida del governo ma che soprattutto gli avrebbe permesso di schivare i procedimenti giudiziari che lo aspettano all’inizio di ottobre. A conteggio quasi terminato è evidente “che Netanyahu ha fallito la sua missione”, scrive Haaretz commentando le elezioni di ieri. I due blocchi – il Likud del premier e Kahol Lavan dell’ex generale Benny Gantz – sono sostanzialmente pari, ma con il 90% delle schede scrutinate il primo è in vantaggio con 32 seggi contro 31 il partito dei generali ha qualche chance in più di formare un governo.

L’ago della bilancia potrebbe diventare un uomo dal passato oscuro e discutibile, Avigdor Lieberman, leader dei nazionalisti di destra di Ysrael Beitenu che ha nell’elettorato di emigrati dall’Est il suo zoccolo duro. Con i suoi 9 seggi potrebbe diventare decisivo per la maggioranza. Ex alleato storico di Netanyahu è stato però l’uomo che ha fatto cadere il governo lo scorso aprile. I legami complessi e verosimilmente simbiotici di Lieberman con Bibi – dove l’amore si è trasformato in odio e l’ammirazione è stata soppiantata dal disprezzo – sono degni di un oscuro romanzo russo. Da quando è entrato nella vita pubblica quasi tre decenni fa, Avigdor Lieberman è stato subito identificato come il super-cattivo della politica israeliana. Spesso descritto come estremista, schietto, incendiario e corrotto: tutti i tratti necessari per il suo ruolo sinistro. Astuzia, cinismo, crudeltà e infinita pazienza.

Oggi fa professione di moderazione. Ieri notte dal Quartier Generale del suo comitato elettorale a Gerusalemme ha lanciato “l’idea” di un pranzo di lavoro a tre domani con Netanyahu e Gantz, indicando così nell’Unità Nazionale una possibile via d’uscita da questa impasse. Gli israeliani non accetterebbero di tornare al voto per una terza volta in meno di un anno. Gli abitanti della Terrasanta sono abituati ai giochi della politica, agli ammiccamenti, all’ipocrisia e al doppio linguaggio, e uno scenario da “Unità Nazionale” non è escluso dall’ex generale Gantz ma Netanyahu dovrebbe uscire di scena. “Mai al governo con Bibi” è stato un mantra della sua campagna elettorale, sarebbe difficile fare retromarcia adesso ma in politica tutto è possibile.

La Arab Joint List – che riunisce i 4 partiti arabi – sta portando a casa 14-15 seggi diventando così il terzo partito nella nuova Knesset. Il suo leader – l’avvocato Ayman Odeh – ha già annunciato che nei prossimi colloqui con il capo dello Stato indicherà Gantz come possibile premier. Il ruolo del capo dello Stato Reuven Rivlin diventa ora fondamentale. Il presidente dopo le consultazioni non è obbligato a dare l’incarico al leader del partito di maggioranza relativa – che oggi evidentemente non c’è visti i risultati del voto – ma al candidato-premier che ha maggiori possibilità di formare un esecutivo. Netanyahu già rivendica per se la possibilità di formare un governo. Gantz aspetta, ma intanto i colloqui con gli altri leader sono iniziati. Sarà per tutti i politici uno shabbat di lavoro, con buona pace dei rabbini.

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