Annunciata, poi smentita e ancora riconfermata decine di volte, alla fine la scissione di Matteo Renzi dal Partito democratico è arrivata. Per iniziare sarà solo in Parlamento con la formazione di gruppi autonomi, ma da domani, digerita la rottura, si vedrà. Per confermare che questa volta l’ex segretario Pd faceva sul serio c’è voluta la telefonata, arrivata in serata, al presidente del Consiglio Giuseppe Conte: Renzi gli ha detto che se ne va e porta con sé la pattuglia dei suoi, ma anche che “sosterrà convintamente il governo Conte 2“. La chiamata era doverosa, anche perché, se le ultime indiscrezioni saranno confermate, sui quotidiani di domattina 17 settembre sarà lo stesso Renzi a dare l’annuncio della rottura. E proprio lui, in serata, andrà nel salotto di Bruno Vespa, quello ormai noto come “terza camera”, a spiegare tempi e obiettivi della sua operazione.

Non che la mossa stupisca più di tanto, viste le già innumerevoli volte che la scissione è stata ipotizzata e preparata, ma è nelle ultime ore che è avvenuta l’accelerazione. Per tutta la giornata in parecchi tra i suoi fedelissimi (o forse già ex) hanno provato a fermare quello che ormai era inevitabile: dal sindaco di Firenze Dario Nardella ai sottosegretari Salvatore Margiotta e Alessia Morani. Era già troppo tardi. L’ex premier ha preso la sua decisione: è questo, secondo i suoi calcoli, il momento giusto per dare vita a una nuova formazione. Il governo Conte 2 è partito, grazie e soprattutto dopo le sue spinte, e se nella dirigenza interna del Pd non ha più potere, in Parlamento può essere ancora e di nuovo l’ago della bilancia. Nell’esecutivo ha alcuni dei suoi che molto probabilmente lo seguiranno: due ministre, Teresa Bellanova (Agricoltura) e Elena Bonetti (famiglia), la viceministra Anna Ascani e il sottosegretario Ivan Scalfarotto.

Il primo obiettivo appunto sarà quello di riuscire a formare componenti autonome nei due rami del Parlamento. A Montecitorio il numero minimo per avere un gruppo è 20. Tra i deputati che probabilmente lo seguiranno ci sono: Roberto Giachetti, che proprio oggi ha annunciato la dimissione dalla direzione Pd e intende portarsi dietro i suoi come Anna Ascani, Nicola Carè, Luciano Nobili, Gianfranco Librandi, Michele Anzaldi; l’ex ministra e fedelissima Maria Elena Boschi con Mattia Mor e Marco Di Maio; poi Ettore Rosato; naturalmente Luigi Marattin, che secondo l’Huffington post dovrebbe diventare presidente del gruppo; Lucia Annibali; Silvia Fregolent; Mauro Del Barba; Gennario Migliore. Per i senatori invece, che per il regolamento dovranno comunque iscriversi al gruppo Misto, si parla di: Francesco Bonifazi, Tommaso Cerno, Davide Faraone, Nadia Ginetti, Eugenio Comincini, Mauro Laus. Secondo alcune ricostruzioni inoltre, ci sarebbero alcuni parlamentari di Forza Italia molto interessati all’operazione. La deputata Fi Mara Carfagna però, tanto per fare un esempio, ha smentito di essere pronta a lasciare i suoi per seguire Renzi: “Sono stupita dalle voci che continuano ad associare il mio nome alla possibile scissione del Pd e alla formazione di un ipotetico gruppo parlamentare renziano. Ho smentito ripetutamente e pubblicamente queste chiacchiere e torno a farlo visto che, nonostante tutto, continuano a circolare”.

In un’intervista di sabato scorso al Times, l’ex presidente del Consiglio e due volte segretario del Pd raccontava di aver lavorato quando era sindaco nell’antico studio di Machiavelli ma “posso dirvi che non sono machiavellico”. In molti, però, nel tempismo scelto nel decidere lo strappo dal Pd, vociferato da mesi ma ora imminente subito dopo la nascita del secondo governo Conte, vedono l’accostamento con le tesi del filosofo fiorentino. Ma, assicurano i renziani, il nuovo movimento, che potrebbe chiamarsi Italia del sì, non sarà un pericolo per il governo anzi “paradossalmente – aveva garantito Renzi sempre nell’intervista al Times – ne amplierebbe il sostegno“. Durante la giornata si era parlato di contatti con il premier, mentre nessuna chiamata è stata fatta al segretario Nicola Zingaretti che anche ieri ha lanciato un nuovo appello per evitare una scissione del Pd.

Per i fedelissimi che lo seguiranno sono molte le ragioni per separare le strade dal Partito democratico: “C’è uno spazio politico enorme – ha spiegato oggi uno dei dirigenti impegnati nell’operazione – sia nell’elettorato moderato visto l’appannamento di Berlusconi e la centralità di Salvini sia nell’elettorato di centrosinistra perché sentir cantare Bandiera rossa alle feste del Pd per molti elettori non è folclore e mette a disagio”. Nessun timore della concorrenza al centro di un’eventuale soggetto creato da Carlo Calenda insieme a Matteo Richetti: “E’ un tema solo per il ceto politico non tra la gente”, hanno liquidato i renziani. Nel Pd, però, hanno continuato fino all’ultimo a negare che si tratti di una “separazione consensuale”. La scissione, per Enrico Letta, è “una cosa non credibile, non c’è alcuno spazio per una scissione a freddo, e parlare di separazione consensuale non ha senso”. E se il sindaco di Milano Giuseppe Sala non sembra disperarsi – “C’è chi entra e c’è chi esce nel Pd”, sostiene -, per Luigi Zanda “sarebbe un trauma”.

Renzi ormai ha però mollato gli ormeggi ed è convinto che, come ha spiegato al Times, “siamo 1 a 0 contro il populismo, è importante sconfiggere Salvini fra la gente, non solo politicamente” dopo averlo messo fuori gioco al governo con l’intesa M5S-Pd sul Conte 2. Non tutti i fedelissimi, però lo seguiranno: Luca Lotti e Lorenzo Guerini, neo ministro della Difesa, hanno ad esempio intenzione di restare nel Pd, in contrasto con la decisione dell’ex leader dem, così come Nardella e altri parlamentari. Una separazione dolorosa che Renzi ha deciso di accelerare proprio per aver tempo di spiegare la decisione prima della Leopolda, dove, raccontano i suoi, si traccerà la rotta del nuovo movimento.

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