Sì agli ammortizzatori sociali e al dialogo col Governo, ma nessun assenso a generiche riconversioni della produzione che rischiano di sfociare in fallimento in un territorio povero, già provato da una lunga crisi mineraria e industriale. È questo l’esito dell’assemblea dei lavoratori Rwm, riuniti per oltre due ore subito dopo l’annuncio dei vertici aziendali di un drastico ridimensionamento del personale che entro novembre dovrebbe portare al licenziamento di circa la metà dei 350 lavoratori dello stabilimento di armi.

Una decisione che era nell’aria dopo che lo scorso 29 luglio, dopo mesi di polemiche e discussioni, il Governo aveva deciso di sospendere per 18 mesi le licenze all’export di armi verso l’Arabia Saudita e destinate alla guerra in Yemen. Ad appena un mese e mezzo di distanza quel timore è diventato realtà nelle parole dell’amministratore delegato Fabio Sgarzi, che in un lungo comunicato ha spiegato come da metà settembre, a causa del graduale esaurimento delle commesse già in esecuzione, il ritmo di tutte le linee di produzione sarebbe “diminuito in modo significativo”.

In questa situazione, davanti alla prospettiva di un anno e mezzo di sospensione dell’attività in attesa delle future decisioni dell’esecutivo, appare inevitabile la riduzione delle unità lavorative impiegate nella fabbrica. “Mano a mano che si ridurranno le attività programmate – si legge nella nota diffusa martedì – il numero dei lavoratori impiegati nei settori qualità, magazzino, movimentazione sarà ridotto di circa 160 unità entro il 15 novembre”. L’azienda ha rassicurato i lavoratori “temporaneamente sospesi” rispetto all’impiego delle misure di tutela, con la speranza che il periodo di contingenza “duri il meno possibile”.

Intanto i sindacati reclamano chiarezza al Governo e l’inizio di una nuova fase di attenzione verso un settore industriale come quello bellico – controverso e contestato – che in Italia dà lavoro ad oltre 150mila persone e che in Sardegna con le prospettive di investimento della tedesca Rwm potrebbe raggiungere soglie di occupazione di oltre 500 unità. “Il Governo negli scorsi mesi ha assunto una decisione legittima di cui non ci sfuggono le motivazioni etiche”, spiega Emanuele Madeddu della Filctem-Cgil.

“Quello che noi chiediamo preso atto dello stop all’export verso i Paesi arabi è che si valuti di inserire Rwm in un sistema di commesse legate ai sistemi di difesa nazionali europei, come già accade per altre aziende del settore”. Niente riconversione, dunque, almeno per come la intendono gli ambientalisti: piuttosto sarebbe auspicabile un rilancio degli investimenti che nel rispetto rigoroso dei trattati e della Costituzione, dia prospettive di continuità alla fabbrica sarda, che prima del decreto di luglio aveva già chiesto un’autorizzazione all’allargamento per il raddoppio delle linee di produzione.

Ma proprio contro l’ampliamento degli stabilimenti pesa ora anche il ricorso presentato dalle associazioni ambientaliste innanzi al Tar regionale che dovrà stabilire se siano stati autorizzati senza le necessarie procedure di Via, attraverso l’ escamotage “tecnico” dello spacchettamento di porzioni di progetto. Il 12 luglio il Tribunale amministrativo ha infatti emesso un’ordinanza con la quale procede alla nomina di un consulente tecnico d’ufficio e fissa al prossimo 20 gennaio la discussione dei numerosi vizi di legittimità sollevati sul rilascio delle autorizzazioni per l’ampliamento dello stabilimento di Domusnovas-Iglesias-Musei.

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