“Non esiste un singolo ‘gene gay’, ma migliaia di varianti genetiche associate al tratto, ognuna con piccoli effetti che contribuiscono in modo limitato rispetto all’influenza dell’ambiente e della cultura” a determinare l’omosessualità. Al massimo, “esiste la ‘non eterosessualità'”. È quanto emerge da un maxi-studio, a firma italiana, i cui risultati sono stati pubblicati dalla rivista Science lo scorso ottobre, subito dopo essere stati presentati al meeting annuale dell’American Society of Human Genetics. La prima firma del lavoro è, appunto, quella di Andrea Ganna, ricercatore negli Stati Uniti al Broad Institute del Mit (Massachussets international institute) che ha coordinato un consorzio internazionale di ricerca di cui fa parte anche Harvard

La ricerca ha riscosso un gran successo soprattutto per le sue dimensioni: 470mila le persone su cui è stato eseguito lo studio. Ai partecipanti è stato chiesto se avessero mai avuto una relazione con persone dello stesso sesso. Di questi 450.939 hanno affermato che le loro relazioni erano esclusivamente eterosessuali e 26.890 che hanno riportato almeno un’esperienza omosessuale. Poi le risposte sono state incrociate con le informazioni genetiche presenti in due grandi dati: la britannica UK Biobank e la statunitense 23andMe. Raccogliere i dati non è stato semplice, come ha sottolineato lo stesso Ganna. L’esplorazione dei comportamenti sessuali è infatti ancora un taboo in alcuni paesi e soprattutto “esiste una lunga storia di uso improprio dei risultati genetici a fini sociali“. “Abbiamo fatto uno screening di tutto il genoma, esaminando milioni di marcatori genetici per vedere quali potessero essere associati al comportamento sessuale dichiarato dalle persone nei questionari”, spiega Ganna.

Ne è emerso in sintesi che “le varianti genetiche di una persona non predicono in modo significativo se avrà comportamenti omosessuali” che sono invece “il risultato di un cocktail di elementi che spaziano dal Dna alle influenze esterne“. L’omosessualità deriva quindi da un mix di fattori genetici e ambientali. Cinque le varianti genetiche che appaiono “significativamente collegate” all’omosessualità, e migliaia risultano “coinvolte”, ma “nessun modello” permette “di prevedere o identificare in maniera affidabile l’orientamento sessuale di un soggetto”. “Sappiamo che una di queste varianti si trova in una regione del Dna che esprime recettori per l’olfatto, mentre un’altra è associata alla calvizie maschile e probabilmente alla regolazione ormonale, ma per ora sono solo ipotesi”, spiega il ricercatore, che lavora anche per il Laboratorio Europeo di Biologia Molecolare presso l’Istituto di medicina molecolare finlandese (Fimm-Embl). Insieme le cinque varianti spiegano meno dell’1% della variabilità nel comportamento sessuale. “È probabile che esistano migliaia di altri geni legati in qualche modo al comportamento sessuale, anche se stimiamo che potrebbero contribuire al massimo per il 25% a questo tratto molto complesso, che dal punto di vista genetico rientra nella normale variabilità umana”, prosegue Ganna parlando con l’Ansa.

Uno studio precedente, su un campione molto più ristretto del 1993, che utilizzava un diverso tipo di tecnica di associazione, aveva suggerito che un tratto di DNA sul cromosoma X fosse collegato all’omosessualità ereditaria. Una connessione che non viene confermata dalla nuova ricerca. L’autore principale del precedente studio, Dean Hamer, del National Institutes of Health di Bethesda, nel Maryland, ha comunque elogiato il nuovo lavoro: “È importante che finalmente venga prestata attenzione (alla genetica dell’orientamento sessuale ndr.) con campioni di grandi dimensioni, istituzioni e persone solide. È esattamente lo studio che avremmo voluto fare nel 1993.”

Dal canto loro Ganna e i suoi colleghi hanno subito specificato che “è importante evitare conclusioni semplicistiche“. “Esiste una lunga storia di uso improprio dei risultati genetici a fini sociali”, hanno detto, ricordando che si tratta di “approfondimenti su basi biologiche riguardanti un tema molto complesso come i fenotipi comportamentali”. In una perspective sull’articolo, Melinda Mills dell’università di Oxford ha ricordato, come già sottolineato dai ricercatori americani, che “usare questi risultati per una previsione o un intervento è impossibile. Totalmente e senza riserve”.

L’articolo su Science

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