Se fosse entrato nel conclave del 2005 sicuramente non avrebbe votato per Joseph Ratzinger, ma dopo l’elezione rispettò profondamente Benedetto XVI. Era figlio di una antica e prestigiosa scuola diplomatica il cardinale Achille Silvestrini, morto a 95 anni dopo una lunga malattia. Figura controversa come tutti quei porporati che hanno a lungo tentato di far dialogare le due sponde del Tevere, cercando di creare ponti tra il Vaticano e i palazzi della politica italiana. Ma il suo sguardo andava ben oltre i confini della Penisola. La sua lungimiranza e la sua abilità diplomatica lo resero sicuramente un precursore dei tempi e ciò, almeno nei sacri palazzi, non fu sempre molto gradito negli anni in cui sul trono di Pietro sedeva San Giovanni Paolo II. C’è chi, infatti, lo accusava di “lavorare d’intesa con i nemici della Chiesa”, e chi invece ne tesseva le lodi per il suo sguardo decisamente capace di guardare molto lontano. Uno sguardo che non piaceva ai vertici della Segreteria di Stato della seconda parte del pontificato wojtyliano che chiesero e ottennero l’allontanamento di Silvestrini dalla cabina di regia della diplomazia della Santa Sede.

“Quando il Parlamento elesse Giorgio Napolitano, il primo comunista al Quirinale – ha raccontato Iacopo Scaramuzzi, vaticanista di Askanews e Vatican Insider – e in Vaticano e in Cei più di uno borbottava, il cardinale Achille Silvestrini al telefono mi disse: ‘Il mondo cattolico si sente oggi molto contento’”. Non si tratta solo di un aneddoto, ma è la sintesi perfetta della visione di uno dei principali protagonisti della Ostpolitik vaticana. Un uomo che è stato “espressione limpida della diplomazia umana e in dialogo con tutti della Santa Sede”, come ha ricordato il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo.

Silvestrini si è spento proprio nel giorno in cui il suo “figlioccio” Giuseppe Conte ha ricevuto il reincarico di formare il governo. Già perché il premier ha frequentato, anche se non in modo organico, la comunità di Villa Nazareth, un collegio per la formazione universitaria con sede a Roma presieduto dal 1980 proprio dal cardinale Silvestrini. Difficile supporre che ci siano stati dei contatti con il porporato nei primi 14 mesi di governo di Conte, anche a motivo dell’età avanzata del cardinale e della sua malattia. È certo, invece, che il premier abbia avuto rapporti più intensi con l’arcivescovo Claudio Maria Celli, che in questi anni ha di fatto preso in mano la gestione di Villa Nazareth, e con il Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, anch’egli formatosi in quella comunità.

In un passaggio, però, del discorso di Conte al Senato, il 20 agosto 2019, è risuonata con forza la sua formazione in questo speciale collegio universitario. Quello nel quale il premier ha sottolineato che “chi ha compiti di responsabilità dovrebbe evitare, durante i comizi, di accostare agli slogan politici i simboli religiosi. Questi comportamenti non hanno nulla a che vedere con il principio della ‘libertà di coscienza religiosa’. Piuttosto, sono episodi di ‘incoscienza’ religiosa, che rischiano di offendere il sentimento dei credenti e, nello stesso tempo, di oscurare il principio di laicità, tratto fondamentale dello Stato moderno”. Parole che sarebbero state apprezzate moltissimo dal cardinale Silvestrini.

Quando visitò Villa Nazareth, il 18 giugno 2016, Papa Francesco confidò che su questa istituzione aveva “sentito delle notizie: ‘C’è questa opera…’, ma non conoscevo bene. Poi monsignor Celli mi ha detto qualche cosa. È un’opera, un lavoro dove si favorisce la testimonianza. Qui si viene non per ‘arrampicarsi’, né per guadagnare soldi, no, ma per seguire le tracce di Gesù e dare testimonianza di Gesù, seminare testimonianza. Nel silenzio, senza spiegazioni, con i gesti. Riprendere il linguaggio dei gesti. E sicuramente questo albergatore è in cielo, di sicuro, perché quel seme, di sicuro, è cresciuto, è germogliato. Ha visto una cosa che mai, mai avrebbe pensato di vedere. E questa è la testimonianza. La testimonianza passa e se ne va. Tu la lasci lì e vai. Solo il Signore la custodisce, la fa crescere, come fa crescere il seme: mentre il padrone dorme, cresce la pianta”. Silvestrini, benché già provato dalla malattia e in sedia a rotelle, era lì ad ascoltare Bergoglio, un Pontefice che apprezzava moltissimo e col quale c’era sintonia di vedute.

La biografia del porporato non rende sicuramente la grandezza del personaggio che merita di essere a lungo studiato in futuro. Era nato a Brisighella, in provincia di Ravenna, il 25 ottobre 1923. Ordinato presbitero nel 1946, si era laureato in lettere classiche all’Università di Bologna e in Utroque iure presso la Pontificia Università Lateranense, continuando poi la sua formazione presso la Pontificia Accademia Ecclesiastica. Dal 1° dicembre 1953 era entrato nel servizio diplomatico nella sezione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari della Segreteria di Stato vaticana. Tra il 1958 e il 1969 era stato segretario personale del cardinale Domenico Tardini, poi divenuto Segretario di Stato. Incarico mantenuto con il successore, il cardinale Giovanni Amleto Cicognani. Erano gli anni di San Giovanni XXIII e del Concilio Ecumenico Vaticano II, ovvero di una nuova primavera nella Chiesa e di una ferma volontà di dialogo con tutti nel tentativo di scongiurare una guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

Fu proprio in questo periodo che Silvestrini iniziò il suo servizio a Villa Nazareth, opera voluta dal cardinale Tardini. Come responsabile dei rapporti con le organizzazioni internazionali fu uno dei principali collaboratori del cardinale Agostino Casaroli, Segretario di Stato durante la prima parte del pontificato di Wojtyla. Del porporato assecondò la politica di apertura e distensione verso i regimi comunisti dell’Europa orientale. Nel 1973 fu nominato sottosegretario del Consiglio degli Affari Pubblici della Chiesa per poi diventarne segretario, ovvero “ministro degli Esteri vaticano”, e arcivescovo nel 1979. Fu ordinato personalmente da San Giovanni Paolo II. In questo ruolo Silvestrini guidò la delegazione della Santa Sede per la revisione dei Patti Lateranensi con l’Italia fino alla firma dell’Accordo del 18 febbraio del 1984 tra Casaroli e l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi. Nel concistoro del 28 giugno 1988 Wojtyla lo nominò cardinale e, tre giorni dopo, anche prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, la “Cassazione vaticana”. Nel 1991 divenne prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, incarico lasciato nel 2000 a 77 anni, per raggiunti limiti di età.

Twitter: @FrancescoGrana

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