I ministri siano “scelti in un pool di personalità del mondo della competenza al di fuori della politica”. E il ruolo politico “lo svolgeranno i sottosegretari”. Quando sembrava che per far andare in porto la trattativa del governo giallorosso mancasse solo la spartizione dei ministeri, Beppe Grillo è tornato di nuovo sulla scena per dettare le regole del gioco. Pochi minuti dopo le consultazioni al Colle e l’annuncio di Di Maio che “c’è un accordo politico con il Pd”, ha scritto a sorpresa un post sul suo blog dal titolo evocativo: “Poltrone immaginarie”. “Dimostriamo che le poltrone non c’entrano”, è stato il giudizio che ha fatto tremare i 5 stelle. Perché, ha scritto, “un po’ di poltronofilia c’è“. Parole destinate a lasciare il segno e che ora mettono i grillini davanti a un bivio che determinerà il loro stesso futuro. Se fino adesso nessuno ha avuto il coraggio di mollare pubblicamente Di Maio e la sua strategia, ora si tratterà di schierarsi da una parte o dall’altra. Solo che una delle parti è quella di Beppe Grillo, il padre nobile a cui tutti devono la loro vita politica. Ma pure quella di Gianroberto Casaleggio, il primo a teorizzare la necessità di fare “un governo dei migliori“. Insomma, una situazione delicatissima, che mette in discussione tutto quanto fatto finora. E lo fa, mentre Matteo Salvini insiste nello sparare contro “il poltronificio” e il governo deciso al G7 di Biarritz.

L’ultimo articolo del garante risaliva a poco più di 24 ore prima, quando, neanche troppo tra le righe, aveva manifestato insofferenza per “le mediocrità” delle manovre diplomatiche e aveva chiuso minacciando di “lasciare tutti alla loro Babele“. Quel gesto, annunciato in modo allusivo e tra le metafore, era sembrato un modo per farsi da parte, dopo aver dettato la strada. Oggi, anche alla luce del fatto che lo stesso Luigi Di Maio insiste nel chiedere il ruolo da vicepremier nel futuro esecutivo, Grillo ha deciso di scrivere ancora e chiedere un cambio radicale dello schema. Per dirla tutta, il capo politico dei 5 stelle, parlando con i giornalisti dopo l’incontro al Colle, aveva chiesto di tornare a parlare di “un programma condiviso” ed evitare di parlare solo di poltrone. Ma non solo. Ha ricordato di aver rinunciato per due volte al ruolo di premier, senza mai specificare di voler cedere il suo posto di vice. Perché, ha detto, “deciderà Conte“. Sembrava finito il primo round: tutto fermo fino alla salita al Colle del premier giovedì mattina alle 9.30. E invece la notizia: Grillo ha parlato ancora. E questa volta il messaggio lo capiscono tutti. “Che botta”, è il commento che circola nei minuti successivi nelle chat interne. Fonti vicine a Di Maio, quelle che muovono i fili in questi giorni, corrono subito ai ripari e annunciano che i due hanno avuto una telefonata chiarificatrice: “Sei tu il capo politico, e decidi tu per il Movimento, il mio è stato un paradosso”, avrebbe detto Grillo. “Io mi riferivo ai ministeri tecnici”. Peccato che questo dettaglio, all’interno dell’articolo, non compare. E l’articolo, malgrado le reazioni, non viene mai modificato.

Grillo contro la “poltronofilia”. Il ritorno del governo dei migliori che voleva Casaleggio – Se le parole di Grillo se le aspettavano in pochi, il concetto espresso dal fondatore del Movimento non è una novità per gli attivisti e i sostenitori della prima ora. Gianroberto Casaleggio lo ripeteva a ogni occasione, che fosse un comizio o una riunione tra i big: il governo dei migliori era il progetto a cui i 5 stelle avrebbero dovuto ambire se fossero mai arrivati a Palazzo Chigi. Ma quell’idea, soprattutto dopo l’esperienza gialloverde che aveva visto coinvolti molti parlamentari in ruoli di ministri, sembrava accantonata per una “ragion di Stato” non meglio precisata. Fino a oggi, quando invece è arrivato il post di Beppe Grillo a ricordare, ora sì, il Movimento delle origini: “Questa crisi somiglia sempre di più ad un guasto dell’ascensore”, è l’esordio del post, “quello che conta è mantenere la calma, non fare puzze e non dimenticare chi siamo. Non facciamoci distogliere dalle incrostazioni che la realtà ha lasciato sui nostri scudi, è assolutamente normale ed atteso che ogni accenno ad un ministero si trasformi in una perdita di tempo condita da cori di reciproche accuse di attaccamento alla poltrona”. Un riferimento anche abbastanza esplicito alla situazione di queste ore: prima la discussione sul premier, per cui si è esposto anche Grillo, poi il tira e molla sul vice che Di Maio vorrebbe tenere per sé e che blocca tutte le discussioni. Ma non solo, pure il totoministri e la spartizione delle caselle tra i vari alleati.

“Questo perché un po’ di poltronofilia c’è”. Eccola la grande ammissione del fondatore, una considerazione sui suoi uomini (e le pochissime donne) che in questo momento a Roma sembrano essere molto preoccupati per il loro posto. Una vera pugnalata al cuore, anche se poi Grillo si rivela sempre comprensivo per le difficoltà che devono affrontare i portavoce. “Non ci sono i tempi”, ha continuato, “né per un contratto e neppure per chiarirci su ogni aspetto, anche fintamente politico, delle realtà che i ministeri dovranno affrontare. Oggi è l’occasione di dimostrare a noi stessi ed agli altri che le poltrone non c’entrano nulla: i ministri vanno individuati in un pool di personalità del mondo della competenza, assolutamente al di fuori dalla politica. Il ruolo politico lo svolgeranno i sottosegretari, ognuno dovrà scegliere un secondo verso cui dovrà rispondere nei fatti e sintetizzare, per ogni ministero, l’approccio ottimale e imparare a governare i ‘tecnici’ della burocrazia che li occupano da tempo immemore”. E’ un cambio rivoluzionario di approccio: se questa è la regola da seguire, i giallorossi da domani devono buttare tutte le liste già pronte di nomi che corrono per una poltrona.

Il discorso di Di Maio dopo l’incontro con Mattarella e il ruolo da vicepremier che non vuole lasciare – Grillo il post lo teneva in caldo da alcune ore, ma prima di scatenare scompiglio, ha voluto aspettare che il capo politico del suo Movimento vedesse il capo dello Stato e affrontasse i giornalisti. Poi, dopo averlo ascoltato, ha capito che non poteva più aspettare e ha lanciato il “pubblica”. Di Maio in quel discorso ha detto tante cose. E’ partito dall’annuncio che l’intesa con il Pd si può “provare” a fare, così come indicato già da Grillo. Ma con molti “ma”. Intanto ha ribadito che Conte è “il garante”: “Ci hanno accusato dell’essere dell’una o dell’altra parte”, ha detto. “Questi schemi sono ampiamente superati. Il ruolo di Giuseppe Conte ci fa sentire garantiti sulle politiche che vogliamo realizzare”. Non a caso ha scelto la parola “garante“: il Pd ha accettato la guida di Conte per formare l’esecutivo, ma considerandola in quota 5 stelle e non più super partes come nell’esperienza gialloverde. Un punto di partenza contestato da Di Maio che invece, insiste nel tenere la poltrona da vice.

Quindi il capo politico 5 stelle ha attaccato le ricostruzioni degli ultimi giorni e, nel farlo, è tornato a parlare di sé: “Si sono alimentate tante polemiche sulla mia persona e mi ha sorpreso che in una fase così delicata qualcuno abbia pensato al sottoscritto piuttosto che al bene del Paese”. Per questo ha cercato di spostare l’attenzione sui temi: “C’è stato un dibattito poco edificante su ruolo e cariche. Chiederò che il percorso di formazione del nuovo governo parta dalla redazione di un programma omogeneo”. Ma proprio mentre chiedeva di non parlare più di poltrone, Di Maio ha voluto pubblicamente parlare delle sue due rinunce al ruolo di premier: “Oltre un anno fa dopo aver vinto le elezioni ho rinunciato al ruolo di candidato premier e grazie a quella scelta l’Italia ha conosciuto Conte come premier e il M5s è andato al governo“, è la prima. In realtà, al momento della formazione del governo gialloverde, fu proprio la Lega a opporsi a questa ipotesi che avrebbe sbilanciato eccessivamente in favore del Movimento la squadra.

La seconda rinuncia, ha detto Di Maio, sarebbe avvenuta nei giorni scorsi: “Vorrei comunicare all’opinione pubblica una cosa: la Lega mi ha informato in questi giorni di voler proporre me come presidente del Consiglio, per riproporre un governo con il Movimento 5 stelle. E mi ha informato di averlo comunicato anche a livello istituzionale. Li ringrazio, con sincerità. Ma a me interessa il meglio per il Paese e non il meglio per me stesso”. E il meglio, ha detto sempre Di Maio, è quello a cui stavano lavorando prima che “piombasse una crisi inaspettata” sulle teste degli italiani che aspettavano, tra le varie cose citate: “L’abbassamento delle tasse a dicembre o il salario minimo, nuove politiche ambientali, il taglio dei parlamentari, una scuola più forte, una sanità più libera dai partiti, la revoca delle concessioni autostradali a chi ha fatto crollare il ponte Morandi”. Tutti temi su cui dovranno lavorare, alcuni dei quali (vedi le concessioni autostradali) devono ancora essere affrontati con il Partito democratico e rischiano di essere fortemente divisivi. Neppure hanno iniziato a parlarne, perché prima ci si è concentrati rigorosamente sui nomi. Anche per questo l’intervento di Grillo ha riportato le trattative a un punto zero: l’unica strada per il cambiamento, quello vero e che il comico invoca da anni, è spazzare via le ambizioni personali. Che stanno rovinando quello che il Movimento 5 stelle è diventato. Stavolta lo dice Beppe Grillo in persona e sarà difficile fare finta di niente.

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