Un gay dichiarato seduto sulla poltrona di Presidente della Repubblica? Non sia mai. La Tunisia e le sue istituzioni primarie prendono le distanze da un simile scenario e lo fanno a monte, rigettando la candidatura alle prossime elezioni presidenziali di metà settembre dell’avvocato Mounir Baatour. Il leader del Partito Liberale tunisino, e presidente dell’associazione Lgbt Shams, fa parte della lista di 76 leader di movimenti politici a cui la Isie (Istanza superiore per le elezioni), la Commissione elettorale di Tunisi, ha rifiutato l’ok per la corsa al successore del defunto presidente Beji Caid Essebsi, scomparso il 25 luglio scorso a 92 anni.

Il suo nome può essere considerato il più ‘scomodo’, del resto sarebbe la prima volta di un candidato omosessuale in corsa per la guida di un Paese nel mondo arabo. Entro il 31 agosto la Commissione pubblicherà l’elenco definitivo e dal 2 al 13 settembre si svolgerà la campagna elettorale in vista del voto di domenica 15 settembre (anticipato di due mesi proprio a causa della morte di Essebsi). La decisione dell’Isie sulle bocciature dei candidati è arrivata mercoledì, alla vigilia di Ferragosto con il via libera concesso solo a 21 partiti su 97. Il giorno dopo Mounir Baatour, indignato eppure non troppo sorpreso dalla decisione, non ha perso tempo.

“Mi sono subito recato al Tribunale amministrativo di Tunisi per presentare formale ricorso. – racconta a IlFattoQuotidiano.it – Il provvedimento assunto dalla Commissione elettorale non è sufficientemente motivato, dovranno quanto meno darmi una spiegazione”.

Si è fatto un’idea sul perché di quella decisione e quanto, secondo lei, può aver influito la sua dichiarata omosessualità?

“Non conosco i contenuti delle motivazioni, il mio ricorso serve proprio a questo scopo, ma è chiaro come la mia battaglia per i diritti Lgbt possa aver influito. I motivi sono sospetti insomma. Dispiacerebbe essere lasciato fuori dalla contesa, non fosse altro per gli oltre 20mila tunisini che, con le loro firme, mi hanno consentito di partecipare alla fase preliminare di queste elezioni così importanti. Sarebbe un peccato sprecare tutto, io sono per il cambiamento”.

Cosa significa essere gay dichiarato in Tunisia e nel mondo arabo oggi?

“Significa subire costanti minacce di morte, dirette, via posta o sui social. Ormai ci sono abituato, certo non è facile vivere così, ma darla vinta a questi islamisti integralisti malati di mente sarebbe un errore. Ancora, nel 2019, nella nostra società insulti e minacce a gay e lesbiche sono il minimo. Il tunisino medio è machista, misogino, l’uomo deve essere considerato virile e paradossalmente i gay attivi sono visti peggio rispetto ai passivi, i quali, almeno, possono tentare di nascondere la loro inclinazione sessuale”.

Cosa c’è alla base di questa ossessione sociale secondo lei?

“L’aspetto religioso conta ancora molto, specie la parte più oscurantista e ciò innesca una visione culturale sbagliata e pericolosa. Con la mia candidatura, oltre alle normali istanze politiche di un movimento, io porto la necessità di cambiare questa idea di base e fare della Tunisia il primo Paese rivoluzionario in tal senso. La bocciatura della mia candidatura sarebbe l’ennesima sconfitta”.

A livello giuridico l’obiettivo è principalmente quello di cancellare l’articolo 230 del codice penale che, di fatto, criminalizza l’omosessualità?

“Sarebbe già un grande passo avanti renderlo incostituzionale. Pratiche come i test anali per verificare l’omosessualità o meno di un uomo sono un’autentica barbarie”.

Al di là della sua battaglia per i diritti civili, diversi analisti la considerano l’uomo giusto per il cambiamento della Tunisia. Dove si pone il suo partito nello scacchiere politico e quali le priorità d’intervento?

“Politicamente mi sento un liberale di destra, lontano dai dogmi dei partiti islamisti, a partire da quello principale, Ennahda. I conservatori di Nidaa Tunes, del resto, non possono essere considerati il futuro per la Tunisia. Credo e spero che, al di là di tutto, il fronte islamico vicino ai Fratelli Musulmani non sfondi. Difficile parlare di priorità in un Paese in totale declino dopo la rivoluzione del 2011 che ha rovesciato Ben Ali. L’economia è al centro delle mie attenzioni a questo tema si legano altre questioni come la povertà, la disoccupazione, la sanità a collasso e i danni del cosiddetto ‘mercato parallelo’, il mercato nero”.

Sulla questione immigrazione come si pone invece?

“Bisogna rompere la barriera ideologica secondo cui emigrare verso l’Europa equivalga raggiungere una sorta di paradiso. Non è così, è ora si sfatare questo mito. Detto questo, la politica dei ‘porti chiusi’ messa in atto dal vostro Ministro degli Interni, Matteo Salvini, è assurda. Pur di destra, non mi sento per nulla vicino alle scelte ideologiche e razziste della Lega”.

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