Un apposito servizio di intelligence per minare inchieste e opinioni che evidenziavano i danni da glifosato, per i quali la Bayer ha già subito tre sconfitte giudiziarie negli Stati Uniti ed è ricorsa in appello. E in un caso ha dovuto risarcire una coppia con due miliardi di dollari. È il sistema collaudato e tutto interno alla società che emerge dai documenti esaminati dal Guardian relativi a un’altra causa per i danni provocati proprio dal Roundup prodotto della Monsanto, multinazionale comprata dalla società tedesca lo scorso anno per 63 miliardi di euro. Nel mirino, dal 2015 al 2017, sono finiti Carey Gillam, giornalista della Reuters autrice di inchieste che legavano l’uso del diserbante al cancro, e il cantante Neil Young, attivista anti-Monsanto. Di lui la multinazionale ha studiato l’impatto sui social media e ha pensato anche di fargli causa. Oltre a loro, la compagnia ha monitorato anche diverse no profit, tra cui l’americana US Right to Know (Usrtk) e ha cercato di screditare il lavoro di giornalisti e attivisti che mettevano in luce le criticità del pesticida. Una strategia per arginare la crescita esponenziale delle cause contro il gruppo chimico Bayer negli Usa e in Canada per via del glifosato, sostanza potenzialmente cancerogena, contenuta nei diserbanti della controllata Monsanto. Le denunce, ha riferito il gruppo tedesco pochi giorni fa, erano 18.400 l’11 luglio di quest’anno, circa 5000 in più rispetto ad aprile 2019.

I documenti – Bersaglio numero uno è Carey Gillam, giornalista della Reuters per 17 anni e autrice nel 2017 di un libro contro il Roundup (Whitewash: The Story of a Weed Killer, Cancer, and the Corruption of Science). La multinazionale ha cercato di screditare il suo lavoro agli occhi dell’opinione pubblica col oltre 20 azioni che includevano anche il coinvolgimento di scienziati “non ostili” ed esperti seosearch engine optimization, che si occupano dell’indicizzazione dei contenuti online – affinché i loro attacchi arrivassero al maggior numero possibile di persone.

Gillam, prosegue il Guardian, ha precisato che dalla pubblicazione di Whitewash è comparsa al suo lavoro una raffica di commenti negativi su Amazon, e tutti evidenziavano gli stessi punti. Monsanto – che liquidava quelli che considerava “nemici” come “attivisti anti-glifosato e organizzazioni capitaliste favorevoli al biologico” – ha inoltre pagato Google per privilegiare risultati che criticassero il lavoro della cronista quando gli utenti digitavano “Monsanto Glyphosate Carey Gillam”. E ha anche esercitato significative pressioni sulla Reuters affinché Gillam venisse impiegata “su altri progetti”, lasciando perdere le inchieste sul pesticida. Quanto invece a Neil Young, l’attenzione della multinazionale si è intensificata nel 2015, quando il cantante, già attivista anti-glifosato, ha pubblicato il suo album The Monsanto Years. Dalla multinazionale hanno monitorato tutti i pezzi, studiando quali fossero i potenziali temi ricorrenti e come rispondere. Se necessario, anche per vie legali.

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