Si può chiamare ormai “la Maledizione del Patrimonio”. Colpisce spesso le aree che riescono a conquistare il (prestigioso?) titolo Unesco, entrando nella World Heritage List, più che altro per guadagnare pubblicità e in definitiva ‘patrimonializzazione’, grazie al conseguente prevedibile incremento di valore. Il caso proverbiale dell’estate 2019 è il territorio del Prosecco, bersaglio maledetto di bar e ristoranti calabresi capofila dello sciopero anti-Spritz – e dell’orgoglio di servire l’aperitivo rigorosamente “deVENETizzato” – nonché oggetto di sempre nuove polemiche nello stesso Nord-Est per il saccheggio senza fine delle terre trasformabili in ricchi vigneti.

Come riferiva Giuseppe Botticelli sul Fatto del 3 agosto, ancora in questi giorni è stato autorizzato dalla Regione Veneto l’abbattimento di un’area boschiva vincolata nell’area di Miane, che verrà trasformata in filari: tradotto in soldoni, una creazione di valore da 10 a 500mila euro a ettaro! “Pecunia olet”, e dunque fa lo stesso se poco meno di un anno fa un uragano si è portato via 28mila ettari di bosco, proprio nelle montagne venete: tra parentesi, la Maledizione del Patrimonio aveva già colpito le stesse Dolomiti, che dopo la proclamazione nella Lista Unesco hanno conosciuto una sequenza di disastri naturali-ambientali impressionante e un’ulteriore espansione della speculazione distrut-turistica, che si calcola abbia divorato un altro 10 per cento del territorio nell’ultimo decennio.

Gli ultimi dati ufficiali Istat rilevano che la superficie destinata alla coltivazione delle vigne in Veneto è già passata da quasi 28mila ettari del 2010 a più di 40mila del 2018, eppure la Regione continua a insistere sullo sviluppo di questa viticoltura, elargendo congrui finanziamenti (12 milioni di euro l’anno), permessi a pioggia e grande impegno promozionale, di cui la lunga campagna per ottenere il riconoscimento Unesco è stato uno dei momenti apicali.

Come mostrò prima di tutto una celebre inchiesta televisiva di Report qualche anno fa, il territorio del Prosecco è oggetto di uno sfruttamento intensivo che non ha pari in Italia, sia per l’impiego di sostanze chimiche alquanto dannose (12 kg di pesticidi per ettaro, contro una media nazionale di 5, con il conseguente aumento di patologie tumorali nella popolazione) sia per la perdita di suolo causato dalla crescita dei vigneti: uno studio dell’Università di Padova ha calcolato che la produzione industriale dello spumante da Spritz sia responsabile del 74 per cento rispetto all’erosione totale del terreno in Veneto, e che l’impronta annuale per bottiglia sia pari a circa 4,4 kg! Per non dire poi del tema dell’acqua, in termini di consumo e di inquinamento…

Da notarsi, poi, che questa nuova polemica post-Patrimonio non è solo figlia di un rinnovato “orgoglio terrone”, anzi: prima ancora che nel Bar Panoramico di Cosenza l’eco della rivolta è risuonata da un’elegante Stüa ladina, il ristorante stellato dell’albergatore ambientalista Michil Costa, nell’hotel La Perla di Corvara. A fine luglio Costa, che è uno che se ne intende e ama far ruotare nel calice il color rubino di un Sangiovese toscano in purezza (“al Prosecco di Conegliano preferisco il Flaccianello della conca d’oro di Panzano”, sic!), ha vergato un polemico intervento sul quotidiano Alto Adige, con il titolo “Il Prosecco ubriaca l’Unesco” (lo potete trovare sul suo blog michilcosta.com). E ha spiegato che sì, per quanto ci siano anche un pugno di eccellenti viticultori bio dello spumante veneto, in generale una produzione così industriale e anti-ecologica, da 466milioni di bottiglie l’anno, non può certo essere considerata tra gli “esempi eccezionali che rappresentano significativi processi ecologici e biologici in corso nell’evoluzione e nello sviluppo di ecosistemi”, come prevedono i principi della World Heritage List.

E’ interessante l’accento che Michil Costa ha posto anche sul problema estetico del paesaggio: le monocolture industriali producono quelle distese tutte uguali che appiattiscono e incasellano lo sguardo, dato che sono state troppo “pettinate” dalle coltivazioni intensive, siano le colline del prosecco in Veneto piuttosto che le valli di meleti come la Venosta. Non di solo pane – e vino – vive l’uomo: l’intelligenza ha bisogno di nutrirsi di bellezza, e quella paesaggistica del nuovo Patrimonio dell’Umanità veneto ricorda in modo inquietante proprio la gamma dei colori scintillanti e falsi degli Spritz, siano il rosso cocciniglia o il prevalente arancione E124.

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