Siamo a più di 200 milioni di euro, il jackpot più alto di sempre per il Superenalotto, e il miraggio di una vincita stratosferica attira sempre più giocatori. Ma le chance di vittoria non aumentano certo con i premi: la probabilità di centrare un bel 6 resta sempre una su oltre 622 milioni (per la precisione, una su 622.614.630).

Ma come funziona questo Superenalotto? Sostanzialmente la gente gioca, lo Stato raccoglie le giocate, si trattiene il 40% dell’intero ammontare e mette in palio solamente il restante 60%. È come se giocando a testa o croce si pagasse un euro quando si perde e si incassassero 60 centesimi in caso di vittoria. Nessuno mai accetterebbe di giocare! Eppure al Superenalotto in tantissimi corrono a giocare.

Possiamo dire che il Superenalotto sia a tutti gli effetti un gioco d’azzardo puro, dove il giocatore non ha alcun tipo di controllo sull’esito del gioco stesso e naturalmente si gioca per denaro. Ed è pure un gioco “svantaggioso”, perché ridistribuisce meno di quanto è stato giocato.

Molti si domandano se non sia più conveniente giocare quando il jackpot è più alto. E in effetti la particolare struttura del gioco (il meccanismo del jackpot crescente, appunto) fa in modo che la distribuzione dei premi non sia costante, ma vari di settimana in settimana. Questo non aumenta in nessun modo le possibilità di vittoria di ogni singola giocata – è bene ribadirlo: le probabilità restano sempre le stesse. Solamente nel caso, virtualmente impossibile, che centrassimo il mitico 6, il premio sarebbe più alto. Quello che aumenta è quindi il “valore atteso” o “speranza matematica”, che dir si voglia.

Per essere sicuri di vincere al Superenalotto dovremmo giocare tutte le 622 milioni di possibili combinazioni, il montepremi dovrebbe essere superiore a 622 milioni di euro (ora siamo a 200 milioni) e soprattutto dovremmo sperare che nessun altro centri la stessa sestina vincente altrimenti dovremmo spartire la vincita: ma ditemi, se aveste 622 milioni, li buttereste al Superenalotto?

Dal mio punto di vista non sono nemmeno sicuro che sia del tutto corretto dire che il Superenalotto sia un gioco, perché non ci vedo alcuna componete ludica: si è spinti solo dal miraggio della vincita impossibile. Tutto un altro discorso dai giochi da tavoliere o dai giochi di carte (poker, bridge e burraco inclusi). Ma allora, perché la gente gioca? Per provare a spiegarlo prendo a prestito la Prospect Theory del premio Nobel Daniel Kahneman (Pensieri lenti e veloci) e i motivi sono sostanzialmente due.

1. Il primo e più intuitivo è che, volenti o nolenti, il nostro cervello si può costruire una bella storia; le probabilità di vincita sono insignificanti, ma se ne parla a casa, con gli amici, si fantastica di un grosso premio. È il parlarne, l’attenzione dei media (incluso questo articolo!) a innescare il processo, ci si fa un proprio film di fronte a probabilità, appunto, insignificanti; non importa nemmeno se siano più o meno insignificanti, con una o con 10 giocate la storia che ci costruiamo in testa è comunque la stessa. All’opposto, ma si tratta dello stesso meccanismo per cui tendiamo ad avere una paura sproporzionata per esempio degli attentati terroristici (proprio per la sovraesposizione mediatica che ottengono) mentre sottovalutiamo altri timori.

2. Il secondo motivo è più sottile: è l’imperfetta percezione delle probabilità da parte del nostro cervello. In particolare è provato da molteplici esperimenti scientifici che noi tendiamo a sopravvalutare le probabilità minuscole e a sottostimare quelle molto alte. Una probabilità dell’1% è percepita, in media, come se fosse del 5,5%, mentre una probabilità del 99% è percepita in media come se fosse del 91,2%. È per questo che partecipiamo alle Lotteria o al Superenalotto, perché dentro di noi, che lo vogliamo o meno, pensiamo di avere più probabilità di vittoria di quelle che realmente abbiamo; l’effetto si chiama Risk seeking, si cerca il rischio quando le probabilità sono molto piccole.

Per contro, è per questo che paghiamo premi sproporzionati alle compagnie assicurative: per salvaguardarci anche quando è altissima la probabilità che non succeda nulla; in questo caso l’effetto si chiama Risk aversion, non vogliamo rischiare quando siamo “quasi sicuri”.

Due facce della stessa medaglia, ma naturalmente mentre assicurarsi contro un evento potenzialmente catastrofico per le nostre finanze è una condotta prudente, partecipare ai giochi d’azzardo non è proprio il massimo della saggezza. E lo Stato, con tutta la sua filiera, ne approfitta!

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