Altri 10mila esuberi in arrivo per Unicredit. L’indiscrezione arriva dall’agenzia Bloomberg, che citando persone “vicine al dossier” riferisce che nel nuovo piano strategico quadriennale atteso per dicembre i vertici di piazza Gae Aulenti potrebbero inserire un’altra tornata di forti tagli al personale, sia in Italia sia negli altri Paesi in cui la banca è presente, per ridurre fino al 10% i costi operativi. I numeri sono ancora in fase di revisione e l’istituto non ha confermato né smentito, ma i sindacati hanno già annunciato barricate: “Se queste indiscrezioni fossero confermate stavolta si fa a cazzotti e se serve useremo altro”, ha mandato a dire attraverso l’Ansa Lando Sileoni, segretario generale della Fabi. La sforbiciata alla forza lavoro peraltro sarebbe solo l’ultimo capitolo a valle di un decennio di interventi pesantissimi firmati negli anni della crisi da Federico Ghizzoni e confermati da Jean Pierre Mustier, che guida il gruppo dall’estate del 2016.

Nel precedente piano, quello in scadenza quest’anno, la banca aveva programmato una riduzione totale netta dei dipendenti a tempo pieno di circa 14mila unità. Stando ai bilanci, tra 2008 e 2018 Unicredit ha ridotto il numero di dipendenti nel mondo del 50%, da 174mila a 86.786 unità a tempo pieno. In Italia dà lavoro oggi a circa 30mila persone contro le oltre 57mila di prima della crisi. Di pari passo è crollato il numero di filiali: da 10.200 a 3.815. Nella Penisola sono state più che dimezzate, da 5.053 a 2.466. Nel 2013 e 2016 la banca ha fatto pulizia nei bilanci e aumentato gli accantonamenti su crediti dubbi, registrando rispettivamente perdite per 14 miliardi e per 12 miliardi. Dopo l’arrivo di Mustier però è tornata a macinare utili sopra le attese: 3,7 miliardi nel 2017 (risultato netto non rettificato di 5,5 miliardi) e 3,8 miliardi nel 2018.

Il gruppo guidato da Mustier nelle scorse settimane è uscito definitivamente da Fineco, vendendo sul mercato il restante 18,3% della banca multicanale dopo averne ceduto due mesi prima e con le stesse modalità il 17% per cento. Sabato l’ad, intervistato da Milano Finanza, ha spiegato che “l’efficienza” sarà la leva fondamentale in un contesto di debole crescita economica e di tassi negativi che si attendono per i prossimi anni in Europa. Secondo il manager non è credibile una strategia basata sulla crescita dei ricavi. L’obiettivo è muovere più leve e lavorare sia sulla stabilizzazione delle fonti di reddito sia – appunto – sul controllo dei costi.

“Sarebbe una vergogna, siamo pronti alla mobilitazione”, ha commentato Sileoni. “Manovre di questo tipo sono operazioni di sciacallaggio, tutte a danno del personale, di una banca che pretende di fare affari in Italia senza tener conto del contesto sociale del Paese”. Secondo Massimo Masi, segretario generale della Uilca, il personale di cui agevolare l’uscita – e non da licenziare – potrebbe essere compreso tra 9mila e 12mila dipendenti nell’arco del piano quadriennale, usufruendo di Quota 100 e del Fondo Esuberi, “ma solo se queste misure venissero rifinanziate”. Masi a sua volta annuncia che “sarà battaglia durissima, diventa uno stillicidio ed è un dramma perché non si che tipo di banca sarà”. Il sindacalista si dice preoccupato di fronte ad un gruppo che “parla solo di riduzione dei costi, dimenticandosi dei ricavi“.

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