E quindi ci siamo arrivati: dopo un estenuante iter legale, dopo ben dodici udienze, la Corte d’assise ha pronunciato la sua sentenza e ha assolto Pietro Erardi da tutti i capi d’imputazione. Sono state sette ore lunghe, tanto è durato in camera di consiglio il confronto tra giudici togati e popolari. Un grande peso, una grande responsabilità, un’importante decisione da prendere“.

Tavolo numero sette, di Darien Levani (Edizioni Spartaco) è un magistrale, intenso e riuscito mix tra un legal thriller e un giallo dal sapore classico. La storia prende il via a un matrimonio quando Stefano, un collega dello sposo, si trova seduto a un tavolo con altre sei persone a lui sconosciute. Tra queste un uomo rifuggito dagli altri invitati. Dai soliti semiformali convenevoli ben presto i convitati passano a parlare dell’efferato delitto di una donna e di sua figlia incinta, che ha visto scagionato l’unico indiziato. Scandito su un piano temporale di poche ore, intervallato da articoli di cronaca ed editoriali dalla dubbia morale, il romanzo segue i movimenti di Stefano durante la celebrazione della festa nuziale, in un crescendo di tensione, di verità e bugie e di osservazioni sull’altro. Una narrazione impeccabile, pungente, capace di far riflettere sulle storpiature del mondo mediatico e i rapporti sociali contemporanei.

So solo che gli autobus andavano e venivano, e che le porte dei mezzi si aprivano e si chiudevano, e che i viaggiatori salivano e scendevano, e che dietro di me una voce maschile brontolava perché attorno alla stazione si radunano i profughi, e una voce femminile lo contraddiceva chiedendo ad alta voce se mai ci fossero dei posti in cui li avremmo visti con piacere, al che noi tutti presenti, ed eravamo di ogni età, siamo rimasti zitti guardando ovunque tranne che in direzione di quella voce“.

La giraffa in sala d’attesa, di Božidar Stanišić (traduzione di Alice Parmeggiani; Bottega Errante Edizioni), è un coinvolgente, intenso, a tratti intimo, romanzo sulla perdita, la nostalgia e lo sradicamento. Prendendo spunto dalla propria esperienza personale (Božidar Stanišić lasciò Sarajevo nel 1992 rifiutandosi di imbracciare le armi) l’autore traccia il percorso di una famiglia bosniaca che fugge dal proprio Paese allo scoppio della guerra per approdare in un campo profughi in Friuli. Tenuto insieme da un uso estremo delle preposizioni subordinate contrapposte a dialoghi veloci e ritmati, la saga del capofamiglia marxista, di sua moglie, del figlio arrivista e della figlia, voce narrante tra Bologna, Udine e la California, racconta di incomprensioni e integrazione, di strappi e fratture e di cuciture. Un romanzo attualissimo e dalla potente musicalità narrativa.

Non c’era una testimonianza diretta, però tutti quelli che provenivano dall’Est, spaventati e abbruttiti, sapevano che i treni che partivano dalla stazione Basarab verso l’Unione Sovietica non si fermavano né a Chişinău, né a Cernăuți , e dopo aver cambiato le ruote a Nicolina, proseguivano fino a Perm, negli Urali, e da lì andavano a Omsk in Siberia, verso Karaganda in Asia. La maggior parte verso Norilsk o verso la Kamčatka, da dove non era più tornato nessuno“.

La sottomissione, di Eugen Uricaru (traduzione di Irma Carannante; Mimesis Edizioni) è un monumentale romanzo ambientato nella Romania del dopoguerra. La protagonista è una donna che rimane incinta in un campo di lavoro di sole donne e che torna a casa quando il Paese è occupato dalle truppe sovietiche, all’alba di quella che diventerà la Repubblica Popolare Romena e si muoverà in uno scenario cupo, nebbioso. Scritto splendidamente, La sottomissione è non solo un romanzo storico, ma contiene elementi di narrazione simbolica, sociale e psicologica, e tratteggia le follie paranoidi di ogni dittatura. È anche una storia d’amore, una storia di dignità e di non accettazione al potere, nonostante l’apparente obbedienza dei protagonisti nei confronti del potere.

Le religioni furono imposte agli albanesi dagli invasori stranieri col ferro e col fuoco, attecchirono come un cancro, così come sarebbe accaduto successivamente con le ideologie, a partire dal marxismo di ieri per arrivare alla democrazia liberale di oggi. Le religioni, le ideologie e via di seguito il mondo le ha esportate da noi come si esporta una merce che ha qualcosa di lusinghevole e attraente“.

La piramide degli spiriti, di Virgjil Muçi (traduzione di Adriana Prizreni; Besa Editrice) è una riuscita satira dell’Albania tra due epoche, una carrellata di antieroi che si muovono in una terra post post-comunista con una patina di goffaggine e incomunicabilità che li trasporta da uno scenario all’altro. Un manager americano, di origine albanese, dopo essere uscito di galera e ripulito spiritualmente da un prete saturo di peccati carnali, approda nel Paese d’origine con l’intento di approfittare della caotica situazione politica. Si renderà conto ben presto che però il consumismo sfrenato ha già messo radici profonde e che il non controllo creerà solo caos.

Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari. Mio padre però nei miei ricordi non spara. E io non so se abbia mai veramente sparato, o se sia solo andato un paio di volte a divertirsi con gli amici in qualche luogo deserto, a provare le armi per goliardia“.

Che ogni cosa trovi il suo posto, di Sylvie Richterová (traduzione di Alessandra Mura; Mimesis Edizioni) è un romanzo-fiume che si muove negli ultimi sessant’anni tra la Cecoslovacchia e l’Italia. Una sorta di puzzle, di trama non lineare. Ricordi che aprono finestre su altri mondi, costruiscono stazioni di sosta dove ascoltare altre storie. Realistico, crudo, a tratti umoristico, Che ogni cosa trovi il suo posto passa dagli anni bui dello stalinismo al crollo delle speranze di una generazione, per approdare a una sorta di consapevolezza data dalla maturità che l’uomo è incontrovertibilmente stolto. Un mosaico di piccoli gesti d’affetto e di incomprensioni tra culture diverse, tra città e piccoli paesi, tra blocchi contrapposti. Una scrittura che rapisce e incanta grazie a una scansione riuscita di parole che seguono altre parole per formare una mescolanza narrativa cromaticamente piacente.

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