Il suo nome vuol dire “futuro”, si trova a meno di un chilometro dall’Amsterdam ArenA ed è la casa del settore giovanile. Il de Toekomst è il tratto distintivo dell’Ajax che tanto ci ha fatto divertire nell’ultima edizione di Champions League: una struttura di 140mila metri quadri che comprende sette campi da calcio, divisi tra erba naturale e sintetica, e una sala polisportiva dove si praticano ginnastica e judo. Nell’Academy che ha sfornato o cresciuto talenti come il neojuventino De Ligt e il neoblaugrana De Jong – premiata dall’osservatorio del CIES come il miglior vivaio d’Europa – sono arruolati più di 200 giocatori divisi in cinque fasce d’età. Qui non s’impara soltanto a calciare il pallone, in gioco c’è molto di più. Si parte sempre da una filosofia rigidissima che ha il suo leitmotiv nel modello “TIPS” ovvero tecnica, intuito, personalità e velocità. Il ragazzo, o meglio il bambino perché si entra a far parte del mondo Ajax già dalla tenera età, deve essere in grado di mostrare una buona padronanza del mezzo (il pallone), di saper leggere la trama e prendere le giuste decisioni prima degli altri, di fare la differenza con una mentalità vincente – è una passione e non un passatempo – e soprattutto di impressionare il mister con la propria velocità. Quando si parla di velocità non si fa riferimento soltanto alla corsa, il criterio principe è quello relativo al pensiero. Prevedere un movimento avversario farà di lui un calciatore molto più produttivo. È un tipo di cultura che affascina e che trova il suo fondamento nelle nozioni, ormai storiche, del calcio totale di Rinus Michels e Johann Cruyff: “Non ho titoli di studio, tutto ciò che so l’ho appreso dall’esperienza – le parole del Profeta del gol nella sua straordinaria autobiografia – Tutto ciò che ho fatto, l’ho affrontato con uno sguardo rivolto al futuro, con un’attenzione al progresso. Al passato non penso troppo, è il mio modo naturale di essere”.

Il minimo comune denominatore di tutte le formazioni giovanili è ovviamente il 4-3-3, cambia solamente l’obiettivo. Gli Under 8 si allenano tre volte a settimana avendo come finalità quella di godersi il gioco, lo step successivo riguarda gli Under 12 il cui traguardo è quello di fare spogliatoio e costruire uno spirito di squadra mentre agli Under 16 viene già imposta la mentalità del calcio olandese. Chi ha compiuto 17 anni è quasi “formato”, si allena cinque volte a settimana migliorando le proprie abilità, chi ne ha fatti 18 deve ultimare la transizione verso la prima squadra, quella dei grandi. È proprio l’Accademia, inoltre, a prelevare i più piccoli da scuola e a portarli – tramite i propri autobus – al centro sportivo che fornirà loro anche la preparazione didattica. Altro step fondamentale: nel fine settimana gli allenatori incoraggiano il calcio di strada, praticare sport con amici e senza una guida non può che affinare il processo creativo. Al de Toekomst si riceve un contratto annuale e alla fine della stagione viene compilato un report di valutazione che decreta o meno il prosieguo dell’avventura, chi fallisce viene mandato a casa. Nei loro giudizi gli esperti vengono aiutati dalla partnership con il gruppo Prozone-Amisco, leader mondiale nella produzione di dati e analisi delle prestazioni sportive, che presenta all’Ajax contenuti video per migliorare la gestione delle formazioni, la preparazione delle partite più un numero invidiabile di elementi relativi ai singoli giocatori. E non va avanti chi paga di più, c’è spazio soltanto per la meritocrazia perché le tasse che i genitori sono costretti a pagare ammontano a 12 euro, l’importo dell’assicurazione. Il budget annuale del de Toekomst, coperto interamente dal club, è di 6 milioni di euro e copre gli stipendi di tutti gli allenatori, i viaggi ai tornei e i vari benefit del giovane calciatore. L’importante è la promozione in prima squadra (ogni due stagioni) di almeno tre prodotti del vivaio.

Gli esempi in questa direzione sono innumerevoli, ma ciò che salta all’occhio è la quantità di milioni incassati dall’Ajax per la vendita dei suoi gioielli. Più di 400 negli ultimi dieci anni passando dai più freschi De Ligt, alla Juventus per circa 75 milioni, e De Jong che si è unito al Barcellona per 86 milioni complessivi tra cifra base più bonus dopo l’euro simbolico che la dirigenza versò per strapparlo all’età di 18 anni al Willem II. I due amici erano in campo nella notte dell’Allianz Stadium, nel ritorno dei quarti di Champions League: contro l’allora squadra di Allegri l’Ajax schierò per la 1751esima partita consecutiva almeno un calciatore proveniente dalle giovanili. In lista figurano anche Davy Klaassen (27 milioni dall’Everton), Wesley Sneijder (altri 27 dal Real Madrid), Daley Blind (17,5 dallo United), Justin Kluivert e Ryan Babel (17 da Roma e Liverpool) o anche Christian Eriksen, danese arrivato in Olanda a 16 anni e venduto al Tottenham per 13,5 milioni. Tutte situazioni che all’Ajax, la patria del talento, sono ormai considerate normali: non ci si arrabbia perché la stella si trasferisce in una big a due o tre anni dall’esordio in prima squadra, è un percorso ciclico che ha le sue fasi storiche. Il vero dono di questa società non è la capacità di far diventare campioni dei ragazzini, è l’attitudine o ancor più il coraggio a rinnovarsi costantemente. La cessione di un giocatore diventa quasi una peculiarità perché altrimenti toglierebbe spazio al nuovo che avanza. Se qualcuno rimane troppo a lungo il prossimo non avrà l’opportunità di giocare. Una vera e propria impresa che forma il “prodotto” e ottiene prontamente i risultati grazie alle leghe più ricche e avanzate, rappresentate da Spagna, Inghilterra o Italia.

Principi che appaiono in antitesi con la Serie A che con una media di oltre 27 anni appare tra i più vecchi d’Europa. Al netto delle dovute eccezioni, in Italia si preferisce avere in rosa giocatori pronti e formati che siano in grado di garantire maggiori chance di successo nell’immediato. Un discorso comprensibile e soprattutto dimostrabile prendendo a modello la Juventus: una squadra che trionfa sì da otto anni di fila ma che nell’ultima stagione si è palesata, dati alla mano, come una delle più “anziane”. E l’Inter? Lo scorso anno la società nerazzurra, pur di avere con sé Radja Nainggolan, ha lasciato andar via un diciannovenne, Nicolò Zaniolo, il cui valore nel giro di dodici mesi è aumentato tanto da renderlo uno dei pezzi più ambiti del mercato. Una forma mentis che alcune volte può portarti benefici, altre invece “regalarti” vistosi abbagli. Probabilmente la verità sta nelle parole di Beppe Marotta che quando ancora lavorava in sinergia con Andrea Agnelli disse che “con troppi giocatori giovani in campo non si vince. Bisogna avere una rosa competitiva con un’età media giusta”. L’ultimo Liverpool in finale di Champions League a Madrid presentava il solo Alexander-Arnold come prodotto del vivaio, il resto erano vagonate di milioni nelle persone di Van Dijk o Alisson. E sul Real Madrid che ha fatto piazza pulita dal 2016 al 2018 sarebbe meglio sorvolare. Il calcio è (anche) un’industria e come tale va trattato: chi ha intenzione di portare a casa dei risultati a breve termine ha l’obbligo di prendere i giocatori migliori. Che siano ventenni come De Ligt o trentaquattrenni come Ronaldo è indifferente, l’importante è il successo. Se infine, a tutto ciò, si abbina una programmazione lungimirante come ha dimostrato il Barça di qualche tempo fa (Messi, Xavi, Iniesta, Puyol…) allora si sarà fatto bingo.

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