di Martina Martelloni

“I documenti sono come le fondamenta di una casa, non puoi costruire una casa senza fondamenta. Lo stesso vale qui, non puoi costruire nulla senza documenti”. M. ha 27 anni, è originario del Ghana e queste sono parole sue.

Se l’inizio di luglio significa per tutti anche l’inizio dell‘estate, per M., invece, oggi è un giorno come un altro trascorso nelle campagne della provincia di Foggia. M. è un lavoratore stagionale o, come definito nel linguaggio comune, un bracciante. Inizia la sua giornata lavorativa alle 5 del mattino, insieme a migliaia di altri migranti degli insediamenti informali nati nella zona di Capitanata, conosciuta ai più come l’area dei “ghetti”.

M. ogni giorno attende qualcuno che lo venga a prendere in auto per raggiungere i campi di raccolta, anche se spesso utilizza una bicicletta, un po’ vecchia ma ancora funzionante, con la quale percorre km e km col cielo che albeggia per poi ripercorrerli di nuovo al tramonto, dopo aver trascorso dieci o dodici ore al lavoro.

Perché raccontare la vita di M.? Perché lui è un invisibile, qualcuno che dovrebbe e vorrebbe essere visto per quello che è, una persona per definizione con la possibilità di godere dei propri diritti come qualsiasi altro essere umano. Poter lavorare in condizioni regolari, con una paga con la quale sopravvivere, avere l’opportunità di essere visitato da un medico, prendere in affitto una casa, vivere in società, costruire il proprio futuro. “Non ho documenti e spesso anche lavorare diventa difficile, i datori di lavoro hanno paura dei controlli e di far lavorare noi illegali”. Senza documenti non sei nessuno e se non sei nessuno diventi invisibile, nonostante siano proprio le mani di un invisibile a raccogliere quei pomodori che finiscono sulle tavole degli italiani. Mani di qualcuno che non deve esistere.

Il caldo torrido delle campagne del foggiano aleggia su tutta l’area, tra le più note in Italia per lo sfruttamento stagionale. Da quei terreni viene prodotto il 30% del pomodoro industriale italiano e la sua metà viene poi esportata, proprio come accade con gli agrumi nella piana di Gioia Tauro. Quando si elencano numeri molto spesso si elencano persone e qui, a Foggia, sono tantissimi: 35-40mila persone si recano qui ad ogni alta stagione da quando sono arrivati in Italia. Perché per loro la raccolta di pomodori rappresenta l’unica certezza di vita.

Ci sono ragazzi, alcuni giovanissimi, che sono nati e cresciuti nei ghetti, poi ci sono uomini adulti ancora forti nonostante l’usura del tempo e del lavoro e poi gli anziani, che qui, su queste terre, hanno dedicato il loro tempo più intenso e faticoso. Nei ghetti si diventa un numero, così come lo sono i prezzi delle salse di pomodoro che arrivano fino a noi.

Chi è sprovvisto di documenti, quasi la metà dei presenti, proviene principalmente da Nigeria, Ghana, Senegal e Gambia. “Nel 2017 ero a Torino ma mi è stato negato l’asilo”, racconta M., “Il mio avvocato non mi ha contattato per informarmi che la risposta della Commissione territoriale era stata negativa. Ora è troppo tardi per fare ricorso. Ho dormito varie settimane per strada. Poi sono venuto qua a Cerignola”. Se sei bracciante non ti spaventa l’attesa, quasi ci sei abituato e non ci pensi più. Attendi la chiamata per un turno di lavoro nei campi e poi attendi che cali il sole per tornare nel rifugio di lamiera che nel frattempo si è arroventata nelle ore più calde del giorno.

Oltre al più noto insediamento, per fatti di cronaca, di Borgo Mezzanone, conosciuto ai più come “La Pista”, per via delle sue origini come ex pista aeroportuale militare, in centinaia o addirittura in migliaia vivono nel Gran Ghetto di Rignano Scalo e nel Ghetto Ghana di Borgo Tre Titoli, mentre altri ancora sono sparsi nella miriade di ex fabbriche o masserie occupate nell’area circostante i campi di raccolta.

Ciò che accomuna questi luoghi/non-luoghi è, oltre agli invisibili che ci vivono, la totale assenza di accesso idrico, reti fognarie, elettricità. Totale assenza di mezzi per vivere dignitosamente. “Sono giovane. Io amo questo paese. Gli italiani mi hanno salvato dal mare nel 2016. Non è facile salvare la vita degli altri. Quindi ci dobbiamo sacrificare per questo Paese”. M. ha un forte dolore ai denti, aspetta ogni giorno il suo turno alla clinica mobile di Intersos per poter ricevere una visita medica e qualche medicinale in grado di farlo sentire meglio, continuando così la sua quotidiana attesa di lavoro nel ghetto.

Nell’ultimo anno, la Ong Intersos si è recata ogni giorno nei diversi insediamenti informali dove vivono i migranti lavoratori stagionali: lo fa nel tentativo di assistere queste persone altrimenti escluse dal sistema sanitario per via di tutte le difficoltà burocratiche e logistiche che ne derivano.

Gli effetti del duro lavoro nei campi causano spesso problemi di salute che non andrebbero trascurati, ma se vivi nel ghetto è difficile non farlo. I medici della clinica mobile Intersos si ritrovano a dover curare “cose ordinarie in condizioni straordinarie”, come racconta Sergio, giovane dottore di Bari che ha scelto di svolgere il suo lavoro in posti dove in pochi vorrebbero essere. Il totale isolamento dai centri abitati, l’assenza di mezzi pubblici e l’essere considerati stranieri senza diritti sono tutte barriere alla possibilità di essere curati, anche fosse solo per una tosse incessante.
In Italia con il Decreto Sicurezza e l’abrogazione della protezione umanitaria l’area grigia delle persone prive di documenti è destinata ad allargarsi. A scapito della tutela del lavoro e dell’inclusione sociale. L’esatto contrario della legalità.

La vita di chi come M. è costretto a nascondersi si trasforma in una dimensione alienante, spesso con situazioni di forte disagio psicologico. Oltre ad una paga lavorativa irrisoria ben al di sotto del livello minimo di sussistenza, il nero e il grigio sono i colori della condizione di impiego. Se ti va bene e sei tra i più fortunati riceverai un trattamento grigio; con dichiarazione di una sola percentuale delle giornate lavorate, e pochissimi contributi versati; frequentemente le giornate in esubero vengono dichiarate come lavorate da figure non realmente impieganti. Per tutti gli altri vige il nero assoluto, il nulla totale. A M., 27enne del Ghana, è toccato il colore nero.

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