Trecento voti bastavano per far vincere un sindaco. Solo che erano voti di ‘ndrangheta. Non c’è solo l’affare dei parcheggi dell’aeroporto di Malpensa nell’ultima operazione antimafia della procura di Milano. Trentaquattro arresti in otto province, accuse che vanno dall’associazione mafiosa alle lesioni e allo spaccio di droga, e una certezza: “Negli ultimi dieci anni, nonostante le indagini e gli arresti, non è cambiato nulla. Le cosche sono ancora padrone del territorio“. Parola di Alessandra Dolci, procuratore aggiunto del capoluogo lombardo che ha coordinato l’inchiesta sui clan a Lonate Pozzolo e Ferno, due piccoli centri in provincia di Varese praticamente attaccati allo scalo di Malpensa.

“Voti in cambio di posti in giunta” – Due comuni che, secondo il gip Alessandra Simion, versano in una situazione “particolarmente critica“. Il motivo? “Le giunte sono espressione della capacità del gruppo criminale di veicolare considerevoli quantità di voti, barattandoli con la nomina di familiari e parenti a cariche politiche ed amministrative”, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare del giudice per le indagini preliminari di Milano. Una ricostruzione, quella degli investigatori, che si basa anche su un testimone eccellente: Danilo Rivolta, ex sindaco di Lonate Pozzolo di Forza Italia. Arrestato nel maggio del 2017 con l’accusa di corruzione, Rivolta ha patteggiato quattro anni di carcere nel settembre del 2017. Due mesi prima, nel luglio del 2017, si era seduto davanti ai pm per mettere a verbale una storia pericolosa: quella della ‘ndrangheta che fa politica in provincia di Varese. “A Lonate Pozzolo vi sono diverse famiglie originarie di Cirò Marina, che esercitano un controllo sul territorio – è il racconto dell’ex primo cittadino – Hanno tutte delle imprese edili ed artigiane. Le attività regolari riguardano per lo pitì il settore edilizio. Ho appreso tali notizie da Franco De Novara. Nella giunta in cui io ricoprivo la carica di assessore all’Urbanistica, vi era la sorella di De Novara Franco (a sua volta cognata di Alfonso Murano, ucciso nel 2006 ndr). Nel 2009, questi pretese l’assunzione della sorella alla Saap. Venne assunta e, di seguito abbiamo agevolato la sua assunzione alla fondazione musicale Puccini di Gallarate. Premetto che sua figlia Francesca è l’attuale assessore alla cultura, sport e tempo libero”.

“I calabresi mi dissero che mi avrebbero appoggiato” – Insomma, già prima dell’elezione di Rivolta a sindaco la ‘ndrangheta faceva politica a Lonate Pozzolo. Poi, nel 2014, ha deciso di puntare su di lui. “Nel febbraio, marzo 2014, Peppino Falvo (il coordinatore dei Cristiano-popolari ndr) venne da me e mi disse che i De Novara mi avrebbero appoggiato nella campagna elettorale. Franco De Novara in cambio voleva che la figlia Francesca venisse nominata assessore. Loro, nel frattempo, avrebbero provveduto a farmi prendere dei voti. Francesca De Novara ha preso 300 voti“. Un bel pacchetto di preferenze in una città dove gli elettori sono circa 5mila. “La mia lista è stata supportata anche da Cataldo Casoppero. Dopo la mia elezione ho effettivamente nominato la figlia di De Novara assessore alla cultura”, continua il suo racconto l’ex sindaco davanti ai pm di Busto Arsizio.  Insomma in provincia di Varese i clan si “compravano” con i voti i posti in giunta. E quando qualcosa nell’amministrazione non andava, si lamentavano direttamente con il primo cittadino: “Una sera Franco De Novara si lamentò con me del fatto che destinavo pochi soldi all’assessorato di sua figlia e del fatto che ricadeva a sulla stessa un’iniziativa sulla legalità, che lei non si sentiva di sostenere. In quel periodo era già stato programmato il matrimonio tra Francesca De Novara e Malena Cataldo, luogotenente di De Castro Emanuele. Le famiglie calabresi controllavano il mercato della droga”. 

“Quel pagliaccio di sindaco” – Insomma, secondo il gip “emerge chiaramente la consapevolezza degli indagati, e fra questi principalmente Casoppero Cataldo Santo, che l’elezione di Rivolta era stata appoggiata da famiglie calabresi di origine cirotana, stanziate storicamente in zona”. Casoppero è un imprenditore d’origine calabrese che abita a Lonate da anni. Già arrestato nel 2009, è considerato un boss. “Ma a Lonate tutti calabresi siete?“, gli chiede a un certo punto un suo conoscente. “È quella la fregatura, hai capito perchè? Noi gli ultimi arresti del 2009, per questo pagliaccio di sindaco, siamo andati a finire in galera. Prima l’abbiamo messo su come sindaco e poi è andato a dire che qua c’è la ‘ndrangheta “, risponde Casoppero, intercettato. “Questo è un pagliaccio”, conferma il suo interlocutore. Lapidaria la risposta: “Eh ma i lombardi sono tutti così; ti devi fidare pochissimo, per niente proprio”.

Il nuovo “referente”: Misiano – Dopo l’arresto di Rivolta per corruzione, i clan “ingaggiano” un nuovo referente: si chiama Enzo Misiano, ed fa il consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Ferno. Anzi faceva: lo hanno arrestato nell’inchiesta. Non si tratta di un politico minore, ma è il plenipotenziario del partito di Giorgia Meloni nella zona. Nelle carte il gip lo individua come il “responsabile per i comuni di Ferno e Lonate per Fratelli d’Italia” e in quanto tale “decide autonomamente le candidature del partito, avendone avuta ampia delega dal suo referente diretto l’onorevole Paola Frassinetti, portavoce regionale Lombardia”. Solo che parallellamente, per l’accusa, è anche il “referente politico dei ‘calabresi‘. Un ruolo che gli consente di essere “potenzialmente in grado di contribuire alla causa politica della sua coalizione con un considerevole pacchetto di voti”. 

L’intermediario tra clan e politica – Secondo gli inquirenti il consigliere di Fdi “in più occasioni” ha svolto il ruolo di “intermediario tra il mondo politico ed alcuni esponenti di spicco della cosca mafiosa, tra i quali Giuseppe Spagnolo, Mario Filippelli, Emanuele e Salvatore De Castro ed esponenti della famiglia dei De Novara. In più circostanze, Misiano si propone per dirimere controversie che esulano dalle sue competenze politiche”. Un esempio? Quando Alessandro Pozzi gli chiede una mano. Pozzi fa il consigliere comunale a Ferno. È stato eletto da Forza Italia, prima di passare con Fratelli d’Italia, e a un certo punto diventa l’obiettivo di un’estrosione da parte dei fratelli De Novara. Cosa fa per difendersi? Denuncia alla polizia? Nossignore. Si rivolge a Misiano per risolvere la faccenda. ” Altamente significativa la condotta di un amministratore locale che, anziché rivolgersi alle Autorità, si rivolge alla criminalità organizzata per risolvere una questione tanto delicata”, annota il gip nell’ordinanza. Misiano, però, è soprattuto di politica che si occupa. Dopo l’arresto di Rivolta, infatti, a Lonate si torna a votare. E Misiano “diviene il catalizzatore del pacchetto di voti mosso dalla locale, veicolandoli verso la coalizione d’appartenenza che vede Angelino Ausilia candidata alla carica di sindaco”. Il clima in paese è pesante dopo le vicende giudiziarie della giunta Rivolta, e Misiano convoca più una riunione tra la maggioranza di centrodestra. C’è anche Gioacchino Caianiello, il ras dì Forza Italia nella zona, recentemente arrestato per le tangenti in Lombardia. Scrive il giudice: “Significativo il passaggio in cui Misiano cita Caianiello dicendo: “Le partecipate, alla fine la riunione, un cinema, la riunione in Comune è venuto Caianiello, un macello, Canianiello, Cattaneo, Petroni, ho hatto venir già la Frassinetti”.

Il tentativo di pestaggio – Le elezioni non andranno bene per Misiano e i calabresi: perderanno per 500 voti contro la sindaca Nadia Rosa. Terzo arriva Modesto Verderio, ex consigliere comunale della Lega che però si era candidato con Grande Nord (il partito di Matteo Salvini era nella lista civica di centrodestra). Verderio a Lonate ha condotto molte campagne politiche contro la ‘ndrangheta. E anche durante la campagna elettorale non si sottrae: rilascia un’intervista a un giornale locale per attaccare gli esponenti della criminalità calabrese ormai residenti in zona. Che non la prendono bene. Cataldo Casoppero commenta così l’intervista: “Quell’altro pagliaccio di Verderio che scrive su Lonate News, che lui prende a calci tutti i cirotani, la ‘ndrangheta la manda via. Adesso prende le botte però”. Il progetto è chiaro: pestare il politico anti ndrangheta: “Abbiamo deciso che lo facciamo picchiare. Devo vedere dove cazzo fa il comizio e devo trovare, facciamo venire due albanesi e lo facchiamo picchiare al comizio stesso”.  Gli amici di Casoppero cercano di fermarlo: “Si alza un polverone, specialmente ora sotto elezioni”. Il pestaggio di un candidato sindaco avrebbe fatto rumore: e Verderio fu risparmiato. Non è la Calabria e non sono neanche gli anni ‘70: è il profondo Nord. Dove la ‘Ndrangheta c’e ancora.

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

Carissimi, In merito all’articolo apparso oggi sul Vostro giornale inerente alle  indagini sull’ndrangheta in provincia di Varese, dove vengo citata come referente politico di Misiano, mi preme sottolineare che il mio rapporto politico con il Misiano era dovuto al fatto che nel 2017, anno in cui si è votato a Lonate Pozzolo ero, oltre che coordinatrice regionale, anche commissario della provincia di Varese di FdI e pertanto era logico che avessi contatti con tutti i consiglieri comunali del territorio, soprattutto con quelli responsabili dei comuni che andavano ad elezioni in quell’anno. Nello specifico la delega a scegliere le candidature data al Misiano non era affatto ampia ma riguardava solo la scelta di un candidato di FdI nella lista civica del centrodestra a Lonate, comune attiguo a Ferno dove lui era consigliere comunale. Vi ringrazio dell’attenzione e porgo i miei migliori saluti.

On. Paola Frassinetti

Ringraziamo l’onorevole per la precisazione. Sottolineamo che a indicarla come referente politico di Misiano non siamo stati noi ma l’ordinanza di custodia cautelare del gip Alessandra Simion.
gp

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