Sono “dieci o undici” i Paesi che si sono opposti all’accordo franco-tedesco sulle nomine ai vertici dell’Unione europea. Tra questi ci sono l’Italia, che con il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha spiegato di non essere contro la candidatura dell’olandese Frans Timmermans, ma di non accettare l’idea di un “pacchetto di nomi pensato altrove”, e i quattro di Visegrád, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria. Ma a questi cinque, secondo quanto riferito a Ilfattoquotidiano.it da fonti interne ai Popolari, vanno aggiunti altri cinque capi di Stato e di governo, tutti membri del Ppe del quale fa parte anche la Cdu della cancelliera tedesca. 

Questo per diversi motivi. Innanzitutto, all’interno del partito convivono due anime con un’idea diversa delle alleanze da stringere. L’ala più liberale e federalista, che fa capo, appunto, alla leader tedesca e al Segretario Generale della Commissione Ue, Martin Selmayr, e quella più conservatrice, di cui fanno parte anche il membro della Csu bavarese e candidato di punta del Ppe prima del voto, Manfred Weber, Forza Italia e, all’estrema destra, il primo ministro ungherese, Viktor Orbán. Proprio questi, compreso il presidente del Parlamento Ue, Antonio Tajani, non sono favorevoli alla nomina di un esponente socialista alla guida di Palazzo Berlaymont.

Inoltre il Ppe, anche per giustificare la nomina di Jean-Claude Juncker nel 2014, è sempre stato un sostenitore della formula degli Spitzenkandidaten, prassi inaugurata nella passata legislatura e che prevede la nomina a capo della Commissione del candidato di punta, indicato prima del voto, del gruppo che ha raccolto il maggior numero di seggi. Una regola non presente nei Trattati, ma che il Parlamento, a differenza del Consiglio, aveva promosso con larga maggioranza. In base a questo sistema, a occupare l’ufficio all’ultimo piano del Berlaymont sarebbe dovuto andare proprio Manfred Weber.

Ma secondo le fonti interne al Ppe l’accordo franco-tedesco, con il socialista Timmermans alla Commissione per rispondere al veto messo da Macron sulla figura del bavarese della Csu, è stato bocciato “dai quattro di Visegrád, dall’Italia e da tutto il resto del Ppe, esclusa la Bulgaria (che secondo il pacchetto di nomine avrebbe ottenuto la presidenza del Consiglio Ue con Kristalina Georgieva, ndr). Sarebbero quindi il presidente della Repubblica di Cipro, Nicos Anastasiades, il premier croato, Andrej Plenković, quello irlandese, Leo Varadkar, quello lettone, Arturs Krišjānis Kariņš, e il presidente rumeno, Klaus Iohannis, gli alleati europei che hanno cestinato il pacchetto di nomine proposto dalla cancelliera tedesca.

A confermare la versione raccolta dal Fatto.it ci sono le parole di Emmanuel Macron che, irritato, ha dichiarato: “Questo fallimento è dovuto alle divisioni in seno al Partito popolare europeo e di tipo geografico in seno al Consiglio”. Così come quelle del capo del governo spagnolo, Pedro Sánchez, che ha puntato il dito contro il Ppe: “Bisogna parlare chiaramente. Il Partito popolare europeo non ha rispettato l’accordo che era stato raggiunto”.

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