Giornata calda per Cassa Depositi e Prestiti, la cassaforte del risparmio postale degli italiani. Con una mano oggi Cdp incasserà 1,5 miliardi dai piccoli risparmiatori, con l’altra staccherà una cedola straordinaria da un miliardo a favore del Tesoro e delle Fondazioni bancarie socie. L’assemblea di Cassa Depositi e Prestiti ha dato infatti l’ok alla maxicedola richiesta dal Tesoro, azionista di maggioranza con l’82,77 per cento del capitale. Nello stesso giorno, la società emetterà obbligazioni con scadenza al 2026 e con cedola fissa al 2,7% lordo per due anni e per i successivi cinque una cedola a tasso variabile lorda indicizzata all’Euribor a 3 mesi, maggiorato di un margine pari all’1,94%. Denaro, quest’ultimo, raccolto dai responsabili del collocamento (Banca IMI – IntesaSanpaolo, Bnp Paribas e Unicredit) fra i piccoli risparmiatori con un lotto minimo da mille euro. E che, come ha spiegato il presidente di Cdp, Massimo Tononi, in una nota ufficiale, servirà a “diversificare le fonti di raccolta a sostegno degli obiettivi del Piano industriale e contribuire con maggiore impulso alle iniziative a supporto della crescita economica del Paese”.

A conti fatti, quindi, se non fosse stato per l’extracedola richiesta dal Tesoro, la Cassa avrebbe dovuto avere a disposizione due miliardi e mezzo da reinvestire nell’economia grazie alla nuova emissione e agli utili reinvestiti. Eppure, nonostante il miliardo e mezzo che andrà a sorpresa ai soci, l’amministratore delegato di Cassa, Fabrizio Palermo ha precisato che non ci saranno variazioni nel piano industriale del gruppo. Parole che però non convincono a pieno come testimonia un esposto presentato oggi alla Procura di Roma, alla Corte dei Conti e alla Consob dall’ex presidente Adusbef, l’avvocato Lucio Golino. “Nessuno – né al MEF né alla CDDPP – si peritava di illustrare le ragioni di un comportamento indubbiamente singolare per cui l’Assemblea degli azionisti il 23 maggio approvasse un bilancio con un utile netto di € 2.540.463.436 e pur potendosi distribuire l’intera somma si fosse limitata il dividendo a € 1.554.706.859,2 e appena un mese si riconvocasse di tutta fretta per staccarsi il residuo miliardo (per la precisione Euro 959.862.495,68) rimasto in cassa” si legge nel documento in cui si ricorda che Cdp resta un “ente strumentale dello Stato”. Una società in cui “la distribuzione degli utili della CDDPP risente della forte impronta pubblicistica presentando inequivoci profili di originalità rispetto alla comune disciplina delle SpA” prosegue il documento che contesta come nessuno abbia precisato “quali accadimenti sono sopraggiunti” per determinare il cambio di rotta del management in nome del “senso di responsabilità verso il Paese”.

In effetti, per mettere a punto l’operazione cedola straordinaria, il ministro Giovanni Tria ha dovuto chiedere un aiutino alle fondazioni bancarie: per statuto infatti Cdp dovrebbe distribuire agli azionisti al massimo il 50% degli utili che nel 2018 sono ammontati a 2,5 miliardi. L’altra metà dovrebbe andare al finanziamento di progetti industriali. Per derogare a questa regola è necessaria in assemblea una maggioranza qualificata (85%) che si può raggiungere solo con il via libera delle Fondazioni, ben liete di intascare un’extracedola rispetto a quanto previsto dallo statuto. Soprattutto in tempi in cui il sistema bancario italiano è ancora sotto pressione.

“Fatte queste premesse, nelle delibere e nelle comunicazioni adottate dalla CDDPP non si trovano le ragioni della determinazione dell’assemblea dei soci il 23 maggio 2019” che approvava il bilancio 2018 con un utile da 2,5 miliardi distribuendo solo 1,5 miliardi ai soci” prosegue l’esposto. Peraltro “ad ogni buon conto non si può non registrare la singolare coincidenza: il 28 giugno 2019 l’Assemblea degli azionisti delibererà la distribuzione dell’utile residuo di Euro 959.862.495,68 e contestualmente la Cassa incasserà il prestito che doveva essere di un miliardo di euro e che, per la gioia di banche ed obbligazionisti è di 1,5 miliardi di euro” evidenzia l’esposto.

Tenuto conto delle “coincidenze” e della natura pubblicistica di Cdp, l’esposto domanda infine di “aprire un’indagine volta ad accertate se l’ammontare dell’utile conclamato utile netto di € 2.540.463.436 risultante dal bilancio di esercizio al 31 dicembre 2018 approvato dall’Assemblea degli azionisti di Cassa depositi e prestiti Spa (CDP) sia conforme ai principi contabili previsti per legge e se la distribuzione utile residuo di Euro 959.862.495,68 prevista dall’Assemblea degli azionisti convocata su richiesta dell’azionista di maggioranza MEF per il 28 giugno 2019 non abbia alcuna correlazione – sub specie di subordinazione – con l’incasso del prestito obbligazionario per un miliardo di euro ( poi salito ad 1,5 mld euro ) conseguente all’emissione dei titoli a far data dal 28 giugno 2019 potendosi in difetto configurare le fattispecie di cui agli artt. 2621 e seguenti c.c.” . E cioè false comunicazioni sociali, ipotesi di reato che già è stata recentemente contestata ai vertici alla controllata Saipem.

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