Noi italiani spesso inventiamo nuove etichette per definire cose vecchie ma spiacevoli o imbarazzanti. Una di queste è Bomba d’acqua, che dà il titolo al saggio con cui tento di delineare la storia idraulica, civile e politica della questione idrogeologica italiana, dall’unità ai nostri giorni. Nel resto del mondo, sex bomb è un successo della pop dance di fine secolo scorso, mail bomb un’arma esplosiva spedita per posta e bath bomb una mistura chimica da bagno, effervescente a contatto con l’acqua per la gioia delle belle signore. Nessuno al mondo ha però contezza che water bomb possa significare qualcosa di diverso da un certo origami o da un ordigno bellico subacqueo di un gioco Nintendo; o da un gavettone agostano. Bomba d’acqua è quindi un sintagma affatto nostrano, entrato nella quotidianità, sostituendo nel linguaggio comune il tradizionale etimo di meteora. Ma non abbiamo saputo convincere il resto del mondo che la meteora – comunque prodotta da un nubifragio, un uragano, un tifone – sia una bomba d’acqua.

Neppure rischio idrogeologico ha equivalenti fuori dal nostro paese. Un inglese, un tedesco, un cinese associa all’aggettivo idrogeologico una falda acquifera, non un fiume che esonda o la frana che spazza via un abitato. Restando nel settore, qualcuno ha pure inventato sintagmi come invarianza idraulica, insinuando la confluenza della tradizionale scuola scientifica seicentesca di Domenico Guglielmini nella dinamica del caos e della geometria frattale di Benoit Mandelbrot. E solo in Italia il dibattito politico trasforma una qualsivoglia infrastruttura civile in una grande opera, che per un americano potrebbe significare una creazione di Mozart, Verdi o Puccini. O, con la bacchetta magica, tramuta l’inceneritore dei rifiuti nel termovalorizzatore. Sprono perciò i lettori ad arricchire questo piccolo elenco di sintagmi autarchici con i loro commenti.

Che cosa nasconde il modo di chiamare bombe d’acqua le meteore? Quale messaggio subliminale convoglia? Alle bombe d’acqua non possiamo che piegarci. Con nubifragi, meteore, uragano e tifoni bisogna imparare a convivere. Per rispondere alla sfida del clima meglio sarebbe adattarsi, prima di confidare nei buoni propositi, dai dubbi effetti immediati: ci vorrà più di un secolo di sviluppo sostenibile per alleviare i danni prodotti da cent’anni di sfruttamento intensivo del pianeta. E non è detto che questo secolo sarà proprio il secolo XXI, né che le malefatte siano tutte reversibili.

Si possono proporre argomenti del tutto analoghi per spiegare la distorsione semantica all’origine di rischio idrogeologico, invarianza idraulica, grande opera o termovalorizzatore. Tutta roba autarchica. Al contrario, ci sono parole italiane diventate universali, come adagio, moderato e allegro che scandiscono il tempo su uno spartito musicale. Non solo la pizza o il cappuccino; ciao e ghetto; pellagra e malaria; fettuccine Alfredo e tiramisù. Ma tutto il mondo della musica, dell’arte e dell’architettura parla italiano. E Niccolò Machiavelli battezzò con successo l’interesse nazionale come ragion di Stato, diventata raison d’État per i francesi che l’attribuiscono al cardinale Richelieu. Non a Machiavelli né ai successori Giovanni Botero e Scipione Ammirato, l’anti-Machiavelli che influenzò il pensiero politico francese dell’epoca.

C’è un’altra parola, nata nel nostro paese, che presto è diventata universale, travalicando il suo significato specifico nell’ambito della storia. Lo spiegò 24 anni fa Umberto Eco agli studenti della Columbia University, parlando loro di fascismo: «…la parola “fascismo” divenne una sineddoche, una denominazione pars pro toto per movimenti totalitari diversi». Eco osserva che «… non solo la Resistenza ma tutta la seconda guerra mondiale sono state definite in tutto il mondo come una lotta contro il fascismo. Se rileggete Per chi suona la campana di Hemingway, scoprirete che Robert Jordan identifica i suoi nemici coi fascisti, anche quando pensa ai falangisti spagnoli».

Non va dimenticato quanto affermò il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, all’entrata in guerra degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale del ‘900: «La libertà di una democrazia non è al sicuro se il popolo tollera la crescita del potere privato al punto in cui esso diventa più forte dello stesso Stato democratico. Nella sua essenza, questo è il fascismo: proprietà del governo da parte di un individuo, di un gruppo o di qualsiasi potere privato di controllo». Chi si rivolta contro un siffatto regime autoritario, apostrofa come «Fascisti!» coloro che lo difendono dalla contestazione usando il manganello. Perfino un francese non grida “Nazisti!”. Né “Falangisti!”, “Comunisti!”, “Cagoulard!”… E, forse, anche chi cadde in Piazza Tienanmen aveva imparato a gridare questa parola italiana ormai universale.