La Procura di Milano ha avviato un’inchiesta con l’ipotesi di reato di bancarotta fraudolenta a carico di ignoti in relazione al fallimento della Shernon Holding, la società guidata da Valdero Rigoni a cui dall’agosto 2018 facevano capo 55 punti vendita di Mercatone Uno. Fallimento di cui gli oltre 1.800 lavoratori, rimasti ora senza stipendio né ammortizzatori sociali, sono venuti a conoscenza nella notte tra il 24 e 25 maggio solo via Facebook e Whatsapp. Il fascicolo è stato aperto dal procuratore aggiunto Riccardo Targetti, che coordina il pool reati fallimentari, e dal pm Roberto Fontana. La Guardia di Finanza sta facendo accertamenti.

Era stata la stessa Procura, con i creditori Savini Due e Falegnameria Adriatica, a presentare l’istanza accolta il 23 maggio scorso dal Tribunale fallimentare. Che aveva invece dichiarato inammissibile la richiesta di ammissione al concordato preventivo presentata da Shernon lo scorso febbraio, quando il controllo di Mercatone è stato trasferito dalla maltese Star Alliance Limited alla Maiora invest srl con sede a Padova e 10mila euro di capitale. Soci sempre Rigoni e il socio e sodale Michael Thalmann.

Il fascicolo è stato aperto dopo il deposito in Procura della relazione del curatore fallimentare, l’avvocato Marco Angelo RussoUn documento di sei pagine in cui ricostruisce come, in assenza di credito bancario a causa della “congenita insufficiente patrimonializzazione“, la società si fosse finanziata “omettendo il pagamento degli oneri previdenziali e tributari per 8,7 milioni di euro (ivi incluse le trattenute operate sui lavoratori), non pagando fornitori e locatori di un terzo dei punti vendita per 60 milioni, introitando acconti su ordini da evadere per 3,8 milioni e non onorando le obbligazioni assunte con l’Amministrazione Straordinaria (il debito contabilizzato al 28.02.2019 è di 15.200.000 euro circa)”. Da un esame della situazione contabile è emerso uno squilibrio economico patrimoniale mensile “di 5,6-6 milioni circa, con una complessiva proiezione delle perdite relative al periodo gennaio-giugno 2019 stimabile in -34.725.000 euro”. In 9 mesi la gestione Shernon ha accumulato 90 milioni di debiti di cui 67 verso fornitori e 8 di oneri previdenziali.

La bozza di piano di concordato che era stata presentata da Shernon, secondo il curatore, prevedeva che ai creditori fossero destinati 46 milioni entro il 2023 ma “in assenza di qualunque garanzia, previa cessione delle attività, ivi compresa l’opzione di acquisto degli immobili, a due newco, con un investimento da parte di un terzo di €
70.000.000,00, oltre ad altre due operazioni accessorie”. “E’ agevole rilevare”, era il commento, “che la complessa architettura economico finanziaria non garantisce in alcun modo i creditori di Shernon, risultando peraltro fortemente condizionato da molti se”. Dall’assenso dell’amministrazione straordinaria, “proprietaria con patto di riservato dominio dell’intero compendio oggetto del piano, eccettuate le sole rimanenze” all’apporto “da parte di un terzo (Ares)”, la finanziaria di Thalmann, “di € 5.000.000”, passando per “la riduzione del personale, condizionata da un confronto con le organizzazioni sindacali”. Il tutto “a fronte di una grave compromissione del rapporto fiduciario con due terzi dei locatori dei punti vendita, nei quali è svolta l’attività, con i fornitori, con la Amministrazione Straordinaria medesima, che ha inviato a Shernon il 17 aprile u.s. una lettera con la quale sono stati segnalati gravi inadempimenti, nonché da ultimo con gli utenti consumatori”. Il tribunale ha poi bocciato la richiesta di ammissione al concordato.

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