di Stella Saccà

Ci sono cose che inizi a capire solo dopo un po’ che ti sei stabilizzata all’estero. Ad esempio: per avere il cappuccino come piace a me, devo ordinare un “latte”, non un cappuccino, perché altrimenti mi arriva solo schiuma e non mi piace. Un’altra cosa che ho capito è che appena esce un raggio di sole e fa caldo, tutti sembrano sotto effetto di stupefacenti, sorridono e sono gentili. L’ultima cosa che ho capito è che all’estero le regole si rispettano, senza se e senza ma.

Ero a Baltimora, nel Maryland, una cittadina a tre ore e mezza di pullman da New York. Niente di che, come tutte le altre città americane che non sono San Francisco, Chicago, Boston o New York, soprattutto agli occhi di un europeo, soprattutto agli occhi di un’italiana. Ero in fila per i controlli per entrare nel locale dove si sarebbe tenuto il concerto di Tash Sultana, una ragazzina di 23 anni che anche se non hai mai creduto in Dio ti ci fa fare un pensierino, un incrocio tra Janis Joplin e Jimi Hendrix. Insomma ero in fila ai controlli e, come ogni volta, avevo fatto la brava finendo tutta la bottiglia d’acqua e togliendo dalle tasche oggetti metallici. Ma, sorprendentemente, l’acqua, se non frizzante, l’avrei potuta tenere e una cosa che invece avrei dovuto fare era non presentarmi con una borsa grande. Perché le borse grandi, lì, non possono entrare.

Vengo presa dal panico. La ragazza della sicurezza con occhiali da sole viola e accento incomprensibile, aggravato dalla mancanza di incisivi, mi tranquillizza dicendo di tornare indietro e lasciarla in macchina. Quale macchina, le dico. Io non ho una macchina, sono venuta a piedi dal mio Airbnb e non so dove mettermela la borsa. Qual è il problema di avere una borsa grande, che poi grande non è, se me la fai aprire, me la controlli e me la metal-detecti? La ragazza con gli occhiali viola e senza denti mi dà ragione e chiama un collega.

Niente, l’omone col codino a capo della sicurezza, senza proferire parola, mi fa cenno di tornarmene da dove sono venuta. Ed è in quel momento che mi monta una rabbia interiore irrefrenabile. Ma come è possibile, ma non lo vedi che sono una persona per bene? Che sono venuta da Nyc in questo buco di mondo per assistere a un concerto, che ho portato soldi a questa piccola cittadina di provinciali? Cioè, io sono di Roma e vengo da New York, annamo belli [Avviso: sono appena stata ironica]. Ma come si fa a dire che la mia borsa è troppo grande se c’è gente che entra con le sedie da spiaggia! Cioè, seriously? Davero davero? Se me la controlli, se me la fai aprire e me la ispezioni, che problema c’è? Ti dico che non so dove mettermela, la borsa, e tu che fai? Mi fai saltare un concerto per questo? Ma se stavo a Capannelle Marco, Matteo, Cristian, chiunque altro mi avrebbe fatto un occhiolino e mi avrebbe fatto passare. E non perché siamo furbi noi italiani, ma perché a una regola scritta preferiamo l’interazione umana. Perché giudichiamo in base a ogni singolo caso. Siamo morbidi, non rigidi.

Tutto questo all’omone manco gliel’ho detto, che quando mi arrabbio il mio inglese fa schifo, ci metto tre ore a dire una frase, e poi mi sento già che mi stanno facendo un favore ad avermi qua. Comunque, alla fine il concerto l’ho visto. Ho dovuto prendere un Uber per tornare al b&b a posare la borsa grande e un altro per tornare al concerto. E mentre ero in macchina ho pensato a quando volevo entrare in un pub ma avevo solo la foto del passaporto nel cellulare e la carta dello studente. Niente, Erik ha preferito perdere una cliente, palesemente over 21, piuttosto che lasciar correre. E poi ho pensato a tutte le volte che a Roma Cristian, Marco, Matteo hanno chiuso un occhio. Perché ok, le regole vanno rispettate, ma a volte siete esagerati.

O no? O siamo noi italiani ad essere abituati male? Ci ho riflettuto durante tutto il viaggio di ritorno in pullman. E ancora non ho capito se ho ragione io, Cristian, Matteo, Marco, Mirko, ecc, o se hanno ragione Bob, Erik, Adam e Anthony.

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