di Marco Marmeggi

11-16 maggio

Questa è una tappa di capi e promontori, di fari e golfi, una tratta d’incontri e di accoglienze, di mare corso in fretta in un finestra di stanca e mare lungo. Si dice finestra il momento in cui, tra varie depressioni e colpi di vento, il meteo si accomoda su altri assesti, i venti prendono forma nuova, si placano per recuperare la forza o si sfogano altrove, lontano dal punto in cui ti trovi, per tornare, dopo, più forti e diversi, con altri sapori. Siamo rimasti bloccati nel porto di Trani più del dovuto e abbiamo fatto ciò che si deve fare quando la pioggia non cessa di bussare sulla tuga e la risacca solleva i pontili galleggianti. Ci siamo fermati. In barca funziona come in montagna. Se si vuole raggiungere una vetta si attende nella tenda il momento buono. Così in mare, si esce quando il vento smette di fischiare, quando, appunto, tra le nuvole in corsa è possibile aprire una finestra e guardarci dentro. In porto si impara ad aspettare, a lasciare che il tempo passi senza strappi e rincorse.

Pierluigi Colangelo è venuto a trovarci tra la pagina di un libro e l’altra, in mezzo alla darsena comunale in cui siamo ormeggiati, al centro di un porto che è un anfiteatro di case costruite con la pietra ricavata dalle cave dietro il paese. La roccia di Trani. La stessa con cui è stata costruita la cattedrale di San Nicola, eretta nell’XI secolo direttamente sulla costa, il campanile altissimo in modo che sia un punto di riferimento per chi lo guarda da terra e un faro acceso per coloro che vengono dal mare. Pierluigi è di Legambiente e porta con sé quattro ragazzi appena maggiorenni. E’ la prima volta in vita loro che salgono su una barca a vela. Del resto è quanto accade con la vela d’altura in Italia, le classi sociali più basse non hanno alcun accesso al mondo della navigazione, dell’esplorazione, alle piccole e grandi scoperte. Guardano le vele inclinate all’orizzonte dalla prospettiva di spiagge affollate, come fossero un miraggio. In Italia andare per mare appartiene ad un mondo di opportunità, un mondo opulento, dove navigare è un lusso, un passatempo. La vela solidale ha altri obiettivi e tenta di riportare le vele e le scotte a portata di periferia.

Questi ragazzi partecipano ad un progetto europeo che ha l’obiettivo di monitorare l’inquinamento della costa della loro città, di capirne le cause, di intervenire sulle conseguenze. Hanno lavorato un anno, in su e in giù lungo il distretto industriale e la zona umida più a Nord, seguendo la spiaggia che segna il profilo della costa fino a Barletta. I loro risultati sono simili ai nostri, a quelli che ogni anni raccogliamo nel corso della campagna Vele Spiegate che realizziamo nell’Arcipelago toscano insieme a Legambiente, il più grande progetto di volontariato e citizen science del Mediterraneo. Il mare restituisce quello di cui lo nutriamo, rigetta i rifiuti direttamente sulle coste, onda dopo onda. Non li vuole i nostri scarti, non sono cosa sua i nostri inquinamenti.

Siamo partiti da Trani sotto la pioggia per fare rotta verso Roccella Ionica dall’altra parte dello stivale, un porto di transito per i diportisti che scelgono le rotte della Grecia e dell’Egeo, un marina nuovo di pacca, sistemato sotto le contrafforti dell’Aspromonte che scendono ripide verso il mare. In tutto 230 miglia. Abbiamo doppiato Punta Penne, Capo d’Otranto, Capo di Santa Maria di Leuca, Capo Rizzuto. Tutti segni sulla carta, gobbe e gomiti di questo nostro paese che è terra di approdo, vicinissimo ai Balcani, a poche miglia dalla Tunisia, a un bordo lungo dall’Albania. Siamo abituati a ignorare il mare aperto. Contadini del mare ci definiva Fernand Braudel. Continua ad aver ragione. Il nostro è un paese d’acqua salata, dovrebbe essere terra di partenza e di arrivo, di orizzonti aperti, di scambi e viaggi. Invece siamo ancora arrampicati sugli stessi monti che ci salvavano dai Saraceni nel Medioevo. I vecchi nemici sono scomparsi da secoli, ma noi siamo riusciti a sostituirli con minacce nuove, fatte di stracci, di povertà e fame. Abbiamo rimpiazzato la paura delle navi corsare con quella per i barconi, carcasse di legno e plastica che a mala pena galleggiano. Guardiamo l’Europa atlantica e ci dimentichiamo della parola “mare”, mai usata nel discorso pubblico, mai citata dalla retorica del potere. Stiamo con lo sguardo all’insù, oltre le Alpi, verso i paesi del Nord, non ci accorgiamo di essere immersi nel Mediterraneo, stretti tra le braccia dei suoi mari. Dovremmo riprendere lo sguardo orizzontale, quello che dalla costa guarda il mare aperto. E’ uno sguardo che esige risposte, che vuole sapere, un istinto che si organizza con la tecnica e va a prendersi l’orizzonte con l’anima.

Navighiamo per due notti di fila, spinti da onde che provengono da lontano, figlie di qualche burrasca che investe l’Adriatico settentrionale, che lo ha sollevato e mandato più a Sud ad accompagnarci fino allo Ionio. Durante i turni, sotto una mezza luna che sbuca tra nuvole scure, sono rimasto incantato da queste onde gonfie di passato, tanto più grosse quanto più importante è il messaggio di vento che portano, un’informativa da leggere con attenzione e indirizzata in alto, a coloro che stanno sopra, a noi che le cavalchiamo. E’ il codice del mare, un alfabeto antico. Un tempo era la lingua delle divinità che vivevano negli abissi. Oggi è una voce debole quella del mare, schiacciata dal nostro dominio di plastica e rifiuti, ma stanotte, mentre la luce della luna investe la barca e i nostri corpi disegnano ombre nel pozzetto, a me, pare di sentirla chiaramente.