Per me era semplicemente il capolinea. Dove andava a morire la London Overground. Dove Londra abdicava. Le torri degne di Gotham City, che dallo schermo scivolavano sulle strade, erano la manifestazione più livida del futuro come gigantesco albo a fumetti (…) era un esperimento abortito, ispirato dal pregiudizio anti metropolitano thatcheriano di capovolgimenti della città. Svuotare i fieri ma screpolati cimiteri di Chelsea e Kensington mentre gli affari veri si spostavano sul fronte, più vicino ad aeroporti destinati a crescere ed espandersi, fino a trasformare Londra, come sosteneva Ballard, in un semplice satellite senza più importanza; un museo ragnateloso di monumenti ridicoli e statue equestri di macelli militari dimenticati.

L’ultima Londra, di Iain Sinclair (traduzione di Luca Fusari; Il Saggiatore), come il precedente London Orbital è uno straordinario, divertente e struggente omaggio allo spirito urbano, culturale e umano che va scomparendo nella metropoli inglese.

Sinclair è un originale e infaticabile fugueur che, rispetto al più compassato flâneur, è un camminatore con il gusto dell’imprecazione, un osservatore che individua nella pazzia un corso di sopravvivenza psichico. Grazie al suo peregrinare da una parte all’altra della città (anche se il cuore “di tenebra” pulsante del libro rimane Hackney) riesce a tessere un mosaico di marginalità che divengono centro del suo universo critico e ragionato: il Buddha Vegetativo che osserva il mondo dalla sua panchina di Haggerston Park; la Hackney Hole, la buca resistente che non usa slogan per contestare gli scempi edilizi e l’Uomo Talpa che scava sotto la città; i piccioni pescati nella loro intimità sotto i ponti della Overground grazie a macchine fotografiche; i ciclisti killer finanziati da Boris Johnson; le mappe della densità umana ricavata raccogliendo chewing gum spiaccicati sul marciapiede e archiviati come prova storiografica; la processione di tamburini e spose haroldiane in odor di Brexit.

L’autore inglese rimarca, in questa – dal mio punto di vista – inarrivabile opera, che i luoghi sono molto di più di semplici spazi fisici. Come asserisce anche il geografo Tim Cresswell, i luoghi racchiudono tre tipi di aspetti in uno: la loro posizione assoluta nel mondo, l’aspetto materiale delle strutture e degli oggetti che li identificano, i simboli e le emozioni sia personali che collettivi. Questa struttura a triade esplode con riuscita armonia in L’ultima Londra. Un testo da leggere e rileggere. Un testo che è meglio di una qualsiasi guida. Un testo che invita ad andare a Londra, un passo dopo l’altro, perché “soltanto quando camminiamo senza programmi definiti il passato ritorna“. E mai come oggi abbiamo un disperato bisogno di difendere la storia dalla cattiva memoria.

Chi attraversa l’Olivaer Platz non abita qui. Qui è di casa solo il denaro, quello a cui resta addosso l’odore dell’Est, ma che si fa toccare come una prostituta dell’Ovest. I corpi delle persone e delle automobili formano una croce, una processione che si acquieta soltanto dopo mezzanotte, quando simili a chiodi piantati nella solitudine risplendono le insegne pubblicitarie di quattro banche, ognuna nel suo angolo (…) decidono i punti cardinali, e se a volte il sud è nord, non di rado l’est è solo se stesso.

Le finestre di Berlino, di Aleš Šteger (traduzione di Michele Obit; Bottega Errante Edizioni) è un affascinante puzzle letterario composto da 35 pezzi coraggiosi e di forte impatto. Dal racconto di viaggio alla riflessione filosofica del vagabondo, l’eclettico autore sloveno scrive della metropoli tedesca partendo, come fatto dal sopra Iain Sinclair, dai margini: fenditure dell’asfalto, cimiteri, portatori estetici di mustacchi, gabbie d’acciaio abbandonate in un parco, trattorie kitsch, fusti deformi di cactus legati fuori da una finestra.

L’esplorazione narrativa di Aleš Šteger per le strade di Berlino è una brillante topografia che serve a non perdersi nei buchi neri della trasformazione, della gentrificazione spietata dei giorni nostri. Un inno al mito proletario del cosmopolita dell’epoca moderna e alle autenticità che vanno preservate in una città in costante metamorfosi.

Fine della storia e suo inizio, io che gironzolo da quelle parti, e là, dietro alle finestre, qualcuno che non camminerà più, io qui lui o lei là, e domani io là e un altro che passa per di qui e pensa che il tempo è un evidente sperpero, che ce n’è in abbondanza e che è lontano, il parco è ancora lontano, come sono lontane le finestre vuote di Wilmersdorf, dall’altra parte della strada.