Finalmente è arrivato il giorno della consegna della tessera. Ad oggi sono l’unica, tra i miei amici, ad essere arrivata fin qua. A Chiara è risultato un Isee più alto di quello che pensava e non ha potuto presentare la domanda; Marco l’ha presentata il mese successivo a causa dei ritardi di un Caf sovraffollato e ancora non sa nulla sull’esito; nella domanda online di Erika c’era un’irregolarità perché il commercialista si era dimenticato un pezzo per strada ed ha dovuto ripresentarla. Nando aveva tutti i documenti in regola, rientrava per un pelo sotto la soglia dell’Isee e per questo motivo non riceverà nulla: la cifra minima mensile riconosciuta è di 40 euro, quindi se la differenza tra il tuo Isee e la soglia minima di 6.000 euro (o l’equivalente secondo nucleo familiare e altri parametri correttivi ed eventuali bonus affitto) è meno di 480 non riceverai nulla, perché la cifra che ti spetterebbe è inferiore ai 40 euro mensili. Lisa è nella stessa situazione di Nando, e quindi neanche lei riceverà niente; però proverà anche lei a ripresentare la domanda con l’Isee aggiornato al 2019, visto che nel frattempo la sua situazione economica è peggiorata.

All’ufficio postale non c’è quasi nessuno: mi presento allo sportello con un foglietto con sopra scritto il numero di riferimento che mi hanno mandato per mail e l’impiegata ha una faccia che non ho capito se mi odia, se è la trecentoventesima domanda di reddito che elabora e non ne può più o semplicemente se è nervosa per i fatti suoi. Prende foglietto, documento e codice fiscale e torna poco dopo con una prima busta, che è quella che contiene la tessera. Mi fa firmare un foglio e mi consegna la busta senza dire nulla, poi sparisce di nuovo. Io mentre l’aspetto la apro, dentro c’è una tessera gialla, uguali a quelle delle Postepay. L’impiegata torna dopo un po’ con la seconda busta, quella con dentro il pin, e lì viene colta da un istinto materno o qualcosa di simile: dovrebbe limitarsi a consegnarmela, questa è la procedura standard, invece apre la busta e mi fa vedere che il pin è stampato su un adesivo incollato sopra un rettangolino grigio, che in realtà è lì proprio per evitare che qualcuno che non sono io, aprendo la busta, possa leggerlo. Lei lo stacca, anche se dovrei farlo io, e attacca di fianco sul quadratino bianco; poi prende una penna e me lo scrive anche con la penna lì a fianco.

Mi dà il foglio e inizia a spiegarmi come funziona la tessera, il fatto che posso prelevare un massimo di cento euro al mese dal bancomat o dallo sportello, io faccio segno di sì con la testa e le rispondo che so come funziona ma lei non sembra sentirmi e continua a spiegarmi che posso usarla come bancomat per fare gli altri pagamenti. Vorrei risponderle che sono soltanto povera, e non ritardata, ma mi pare che non funziona. Prendo il foglio e saluto, ringraziando e ripetendole che so come funziona, mentre lei continua a darmi le istruzioni come un disco rotto.

In realtà l’impiegata ha fatto un po’ più di quello che doveva, ma quando guardo il foglio capisco il motivo: il pin stampato sull’adesivo è praticamente trasparente, sopra ci sono incisivi fiorellini translucidi che a seconda di come vengono colpiti dalla luce appaiono e scompaiono e complicano ulteriormente la lettura delle cinque cifre del codice. Non faccio fatica ad immaginarmi la vecchina del caso, con la vista non esattamente di dieci decimi, che torna all’ufficio postale per dire che sull’adesivo non c’è scritto niente, visto che a malapena riesco a leggerlo io, che è vero che devo ancora cambiare gli occhiali ma comunque da vicino ci vedo.

E’ uno di quei paradossi della burocrazia in cui per rendere difficile la vita ai truffatori o ai malintenzionati si finisce per renderla difficile anche agli altri; l’impiegata ha deciso autonomamente di semplificare un po’ la procedura e consegnare un pin leggibile, a prova di presbiopia, aggirando il rispetto di una procedura burocratica che probabilmente aveva complicato la vita anche lei. In fondo le leggi di Murphy si dimostrano vere quasi sempre: l’unica cosa che ci salva dalla burocrazia è la sua inefficienza.

Una volta liquidata l’impiegata, non ho resistito alla tentazione di verificare se davvero la carta fosse attiva, così mi sono messa in coda allo sportello automatico e ho effettuato il primo prelievo: 50 euro dei cento disponibili per questo mese. La tessera funziona: ho prelevato e sono andata a festeggiare al bar con cappuccino e cornetto, che in fondo sono sempre povera e non è che mi posso dare a chissà quale pazza gioia.

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