Oliviero Toscani è un magnifico fallito? Io non credo. Ma Oliviero Toscani è costantemente bersaglio e crocevia di scontri foto-ideologici, accusato di ogni nefandezza etica e morale, pochezza fotografica, gigionismo narcisistico, propaganda, cinismo, qualunquismo, e chi più ne ha più ne metta.

Tutto questo accanirsi contro e attorno a Toscani ha trovato ulteriore benzina nei social, diventando una vera “guerra di religione”; religione fotografica, beninteso. Il nostro non ha certo bisogno di essere difeso – in questo si basta – ma voglio dire a gran voce, ben sapendo di entrare masochisticamente nel tritacarne, che la penso esattamente al contrario. Certo, come non vederne l’ego smisurato, il lato narcisistico, il battutismo talvolta liquidatorio e apodittico? Come non vedere il suo intento, perseguito con metodo, di voler apparire polemico, antipatico e spocchioso? Apparire non significa essere, tuttavia. Ma come, vogliamo giudicare dalle apparenze proprio chi ci parla da 50 anni di apparenze?

Mi interessano poco i suoi pareri sulla politica o altre varie ed eventuali che prontamente sfodera non appena qualcuno gli punta addosso una telecamera e un microfono, magari all’uscita di un ristorante con 30 secondi a disposizione. Mi interessa, viceversa, quello che ha dire sulla fotografia e sulla comunicazione, quando può farlo con calma e nelle sedi opportune. Allora è un maestro, un guru, un grande saggio che ha vissuto a lungo e intensamente, molto ha visto e molto ha fatto, e può regalare illuminazioni fondamentali. Non a tutti, però, non a chi ama vivere al buio, chiuso in una scatola con le sue quattro certezze, come sepolto nel suo sarcofago insieme agli oggetti cari in vita.

Leggere tra le righe Toscani significa aprirsi e aprire la mente, spogliarsi da tutte le convenzioni estetizzanti, rassicuranti, politicamente corrette e ruffiane di molta fotografia di oggi e di ieri. La frase più ricorrente che si sente a proposito di Toscani è: “Come fotografo non è un granché, però è un grande comunicatore”. Questa frase è un ossimoro, perché se è un grande comunicatore tramite la fotografia allora è anche un grande fotografo. Affermazione che – apriti cielo! – nel suo sembrare un postulato scatena il putiferio.

Per capire meglio il percorso e la portata di Oliviero Toscani possiamo andare a visitare la sua mostra aperta fino al 30 giugno al Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna; il titolo di tale mostra è già indicativo: “Più di 50 anni di magnifici fallimenti”. Anche “magnifico fallimento” sembra un ossimoro, e a ben guardare tutto un ossimoro può apparire lo stile di Toscani. Ma non lo è.  Nelle otre 150 fotografie esposte si percepisce chiaramente una grande lucidità, una consapevole ricerca di pulizia, il ripudio di mediazioni ed estetismi, il coraggio di essere – brutalmente se necessario – diretto.

Pochi sono i fotografi che in un così lungo percorso hanno mostrato una simile coerenza, sempre in anticipo e dunque sempre controverso. Se c’è una cosa che accomuna Toscani ad altri grandi maestri della storia della fotografia, è la pratica del togliere. Togliere tutto il superfluo per trovare l’essenza. L’insicurezza come autori spesso induce ad aggiungere, abbellire, infiocchettare, infarcire. Si diventa barocchi per nascondere di essere brocchi.

La semplicità è il massimo, estremo e definitivo punto d’arrivo della complicazione, ma solitamente lo si capisce quando è ormai troppo tardi e bisognerebbe rinascere “imparati”. Oliviero Toscani lo ha capito in culla, e questa è la sua grande lezione.

Il suo progetto in progress ossessivo e compulsivo – la fotografia è un’ossessione – si chiama “Razza Umana”: ritratti di persone che abitano il pianeta Terra, giovani, vecchi, uomini, donne, con la pelle chiara, con la pelle scura, biondi, mori, ricciuti, calvi, con le lentiggini, col volto affilato, col volto pieno, con gli occhi a mandorla, azzurri, castani, e ancora, e ancora. Ritratti tutti uguali ma tutti diversi, che nella loro infinita moltiplicazione di variazioni interne diventano un progetto epocale e potente. Se ne vediamo solo una, cinque o dieci non significano nulla, perché non sono belle foto. Sono piuttosto buone foto, e tanto più buone diventano quanto più numerose sono.

Non a caso Oliviero Toscani individua in August Sander il suo padre putativo, forse l’unico che riconosce come maestro. Quel Sander che s’imbarcò, con simile atteggiamento,  in “Uomini del ventesimo secolo”, concepito come ritratto collettivo – sommatoria di tante individualità – della società tedesca attorno agli anni 20.

Si può perfino essere fotografi con le foto di altri fotografi, indica Toscani: se nuovo è il senso, nuovo è l’autore. Opinabile, certamente, ma obbliga a riflettere, a farsi domande, a mettere in discussione molte presunte certezze. Dunque è utilissimo, addirittura fondamentale per i giovani fotografi spesso disorientati e sballottati creativamente tra mode, tendenze, mercati.

La sua grande lezione, dicevamo, almeno per chi vuole sintonizzarsi. E proprio Lezioni di fotografia s’intitolava una collana (edita da Rcs) curata dallo stesso Oliviero Toscani, che in sua pagina introduttiva scriveva, tra l’altro:

“La fotografia è il medium per eccellenza di quell’enorme pubblicità che il mondo fa di se stesso […]”;
“Fotografare non è prendere la realtà per oggetto, ma farla diventare oggetto […]”;
“Bisogna togliere tutto ciò che è facile virtuosismo fotografico, perché la fotografia vera è fermarsi su un’immagine, quindi fermarsi sul mondo […]”;
“E’ di questa immobilità che le cose sognano, è di questa immobilità che sogniamo. Qualunque sia il rumore e la violenza che la circonda, la foto restituisce l’oggetto all’immobilità e soprattutto al silenzio.”

Ecco, si parla tanto attorno alle fotografie di Oliviero Toscani quando dimentichiamo che la fotografia – ogni fotografia – desidera il silenzio e di esso si nutre. Solo così, forse, ci crescerà dentro e avrà qualcosa da dirci.

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Foto:
1. United Colors of Benetton, 1992 (foto © Oliviero Toscani)
2. Razza Umana (foto © Oliviero Toscani)