Sono passati 43 anni da quando, la sera del 6 maggio 1976, poco dopo le 21, in Friuli la terra tremò e in pochi secondi tutto venne giù. Soltanto il mattino successivo si compresero le proporzioni della devastazione portata dalla scossa – 6,4 gradi della scala Richter – con case crollate e centinaia di morti in 137 Comuni. Una cinquantina quelli più colpiti, soprattutto nel quadrilatero tra Gemona, Venzone, Buja e Majano. In tutto furono 989 le persone rimaste sotto le macerie. Si era risvegliato l’Orcolat, l’orco della Carnia che nel folclore friulano scatena i terremoti. Negli anni successivi la ricostruzione “dov’era e com’era”, consentita dal decentramento delle decisioni dalle Regioni ai sindaci e mirata al reinsediamento della popolazione nei luoghi in cui viveva prima, sarebbe diventata un modello virtuoso.

Già quel 6 maggio però centinaia di giovani friulani raggiunsero i luoghi colpiti dal sisma insieme a squadre coordinate dai sindaci, dai Vigili del fuoco e dagli alpini della Julia. Il giorno dopo arrivò Giuseppe Zamberletti, nominato commissario straordinario dal presidente del Consiglio Aldo Moro. Scomparso all’inizio di quest’anno, partendo dall’esperienza dell’intervento in Friuli e di quello del 1980 in Irpinia Zamberletti promosse la nascita della Protezione civile, guidando il ministero per il coordinamento e diventando poi il primo capo del Dipartimento ad hoc presso la presidenza del Consiglio.

Nei mesi successivi altre scosse rasero al suolo quel che era rimasto in piedi. Il governo Andreotti richiamò Zamberletti dandogli carta bianca: lo autorizzò ad agire “in deroga a tutte le leggi ivi comprese quelle sulla contabilità generale dello Stato”. Nel settembre 1976, in vista dell’inverno, oltre 30mila persone furono trasferite sulla costa, da Grado a Venezia passando per LignanoBibione e Jesolo. Altri andarono a Ravascletto, nell’Alta Carnia. Furono sistemati in case di villeggiatura ed alberghi. Ma per consentire ad agricoltori, allevatori e tecnici di rimanere nelle zone terremotate Zamberletti, come ha raccontato lui stesso a ilfattoquotidiano.it nel 2016 in occasione dellanniversario dei 40 anni dal sisma, chiese ai prefetti di requisire le roulotte: “Ne arrivarono in Friuli più di 5mila, in colonne guidate dai presidenti delle Regioni. Fui sommerso dalle critiche, avevo contro tutti. Ma a marzo, quando le radunammo a Campoformido per restituirle, i proprietari le trovarono in perfette condizioni. E in ognuna i terremotati avevano lasciato un mazzo di fiori“.

A quel punto però si mise in moto la ricostruzione “com’era e dov’era”. Niente new town come nel Belice e come, oltre 30 anni dopo, in Abruzzo. Il Duomo di Venzone, insieme a quello di Gemona, diventò il simbolo della ricostruzione per anastilosi, cioè con i pezzi originali rimessi al loro posto uno per uno.

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