Pubblichiamo la prefazione della prefetta Antonella De Miro al libro Le centro storie di Aemilia di Paolo Bonacini. Il saggio, edito da Editrice Socialmente, racconta il più grande processo italiano alla ‘ndrangheta in Nord Italia. Il giornalista Bonacini ha seguito tutte le 195 udienze del maxi procedimento alla cosca Grande Aracri per la Cgil di Reggio Emilia, curando il blog “L’Emilia oltre Aemilia”. Già direttore di emittenti televisive locali, è collaboratore del fattoquotidiano.it. De Miro, invece, è prefetto di Palermo ma tra il 2009 e il 2014 ha guidato la prefettura di Reggio Emilia, firmando decine di interdittive antimafia. Le fu recapitata una busta anonima con un proiettile calibro 7,65. Ha subito gli attacchi della cosca Grande Aracri, che a Speciale Tg1 arrivò a dichiarare: “La vera mafia è nella prefettura”. 

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Le 100 storie di questo libro raccontano la ‘ndrangheta come si è manifestata in Emilia, nella sua rozza brutalità, nella sua ammaliante convenienza, nella sua ovvia “banalità del male”, favorita talora da sottovalutazioni. Ma raccontano anche l’impegno delle Istituzioni e la forza dello Stato, l’accresciuta consapevolezza di una società, il ruolo positivo dell’informazione e l’impegno del mondo della scuola ad essere motore di cambiamento.

A Paolo Bonacini va riconosciuto il merito di narrare con una coinvolgente passione civile, non trascurando di porre interrogativi alla coscienza del lettore attento, una pagina di storia dei nostri tempi moderni, anche scomode verità quindi, come emerge dal processo Aemilia. Una storia che testimonia come la democrazia e le libertà, e fra tutte quella declinata dall’art.41 della Costituzione, la libertà di iniziativa economica riconosciuta solo nei limiti del rispetto della dignità umana, siano valori incommensurabili che abbisognano, nelle istituzioni in primis e nella società civile, di sentinelle sempre vigili per essere difesi.

Quando Paolo Bonacini mi ha chiesto di scrivere la prefazione del libro non nascondo che ho riflettuto un po’ prima di rispondere “ok va bene”. Non è usuale che a un Prefetto della Repubblica sia richiesto di scrivere una prefazione e ancor più che accetti, ma questo è un libro particolare, mi son detta, un testo che, attraverso il racconto di tante storie diverse ma tra loro legate dal filo conduttore della mafia calabrese in giacca e cravatta, introduce il lettore alla conoscenza del pericoloso radicamento della ‘ndrangheta in un territorio che io da Prefetto di Reggio Emilia ho conosciuto, amato ed al tempo stesso ho voluto difendere.

Del resto, non è usuale neppure che un Prefetto venga chiamato a testimoniare in un processo contro la ‘ndrangheta.  Come pure non è usuale che, ancor prima della misura cautelare che ha dato inizio al processo “Aemilia”, un capitolo sia dedicato ai tentativi di condizionamento dell’azione amministrativa della mia stessa Prefettura da parte degli allora indagati.

Giungo a Reggio Emilia l’1 settembre 2009, accolta per la verità da uno strano benvenuto: scritte ed inquietanti citazioni apposte su due lenzuoli bianchi appesi ad un cavalcavia in città. Qualche mese prima, rispondendo ad una interrogazione parlamentare sul tema della criminalità, il Ministro della Giustizia aveva riferito di un radicamento della ‘ndrangheta in Emilia.

E, come mi trovo a scrivere nella relazione presentata in audizione alla Commissione Parlamentare Antimafia nel settembre 2010, Reggio Emilia era stata teatro in passato anche di omicidi ed attentati perseguiti dall’azione investigativa e giudiziaria.  Nel ‘92 gli omicidi di Nicola Vasapollo e Giuseppe Ruggiero, il contabile della cosca di Antonio Dragone, ucciso nella propria abitazione di Brescello da killers che indossavano la divisa di Carabinieri. Sul finire degli anni ‘90 l’omicidio di Giuseppe Abramo e il 12 dicembre del ‘98 l’attentato al bar Pendolino a Reggio Emilia: una bomba a mano lanciata da una finestra laterale del locale che lascia in un lago di sangue 13 persone. Come accertato in sentenza tra i responsabili c’è Paolo Bellini, che l’1 maggio ‘99 sparerà a quell’Antonio Valerio, salvatosi per mera casualità, che oggi, collaboratore di giustizia, con le sue dichiarazioni ha offerto uno squarcio di straordinaria importanza su trent’anni di storia di ‘ndrangheta. Sono tutti fatti di sangue che raccontano di una guerra combattuta anche in terra emiliana per l’affermazione della leadership sul territorio.

Figura enigmatica quella di Paolo Bellini, come emerge da tanti processi. Un figlio della borghesia reggiana, killer confesso di ‘ndrangheta in Calabria e a Reggio Emilia per i cugini Vasapollo contro la cosca di Antonio Dragone, che sembra essere uscito dalla fantasia perversa di un giallista ed invece è una figura realmente esistente, già testimone prima e poi collaboratore di giustizia, con alle spalle una vita avventurosa. La militanza in Avanguardia Nazionale e l’omicidio nel ‘75 del giovane di Lotta Continua Alceste Campanile, la fuga protetta in Brasile ed il suo ritorno in Italia nel 1981 sotto il falso nome di Roberto Da Silva, il commercio di opere d’arte, la carcerazione, ancora con il nome Da Silva, assieme a quell’Antonino Gioé della famiglia mafiosa di Altofonte con il quale manterrà rapporti di amicizia anche con il nome poi disvelato di Bellini. È con Gioé, partecipe della strage di Capaci e poi morto suicida in carcere, che Bellini nel ‘93 dialogherà per ritrovare le opere d’arte rubate nella pinacoteca di Modena ed è tra loro che si concretizza in un dialogo la frase drammaticamente evocativa: E se l’Italia un giorno si sveglia e non trova più la Torre di Pisa?

Certo non mancavo di interrogarmi: che ci fa la ‘ndrangheta in una terra fortemente intrecciata con un orgoglioso sentire di libertà e di rivendicazione di diritti? Com’è potuto accadere? Può sembrare un ossimoro a pensarci bene.  E, invece, è “la linea della palma” che sale lungo lo Stivale, ricordando le profetiche parole di Leonardo Sciascia.

È in una terra ad economia prettamente agricola almeno fino agli anni ’60, abitata da gente semplice e buona, di origine contadina, operosa, determinata, con un’innata capacità di far impresa, che a partire dagli anni ‘80 la ‘ndrangheta arriva e comincia ad insinuarsi lentamente; salgono su aggregati nuclei familiari e prendono residenza in Comuni diversi, in piccole comunità di poche migliaia di abitanti. È facile inserirsi: la scuola, la parrocchia, il volontariato.

È la ‘ndrangheta che arriva in gran forze con il boss Antonio Dragone, il bidello inviato al soggiorno obbligato a Montecavolo di Quattro Castella nei primi anni ‘80.  La ‘ndrangheta di Dragone prima, quella di Grande Aracri Mano di gomma poi, che si impone qualche tempo dopo con la violenza del sangue sul vecchio boss e comprende la immensa potenzialità di sviluppo dei propri affari in un territorio che viveva la fortunata trasformazione da un’economia prettamente agricola ad un’economia industriale.

Gli anticorpi di un popolo fiero faranno fatica a mettersi in moto perché i reggiani non sanno riconoscere l’elevata pericolosità di un nemico ad essi sconosciuto che si muove sottotraccia. Ed il territorio si è così rivelato, sotto questo profilo, fragile, talora ingenuo, talora indifferente, indifeso comunque, di fronte ad un fenomeno mafioso di cui non poteva comprendere fino in fondo la protervia e la drammatica capacità pervasiva nel tessuto economico e sociale.

I cutresi bravi muratori hanno costruito molto a Reggio Emilia e in provincia. Gran lavoratori che han fatto enormi sacrifici per offrire un avvenire migliore ai propri figli, emigranti che conservano nel cuore il forte legame con la terra d’origine. Tanti di loro vittime essi stessi di un potere mafioso che si è clonato e li ha oppressi fino in terra reggiana.

Dapprima muratori e poi imprenditori sono anche gli uomini vicini a Nicolino Grande Aracri, i cui fratelli con le loro numerose famiglie si insediano a Brescello, dove è stato costruito un quartiere da tutti chiamato Cutrello, che se un tempo poteva far sorridere oggi evoca la dimensione di un’intelligente scelta della ‘ndrangheta.

Una scelta lungimirante il luogo prescelto sulle rive del Po, amato dalla ‘ndrangheta, non già per le sue sponde e le sue acque, ma per la sabbia e il pietrisco che dal suo letto ditte prelevano e dragano in misura talora anche superiore alle autorizzazioni ricevute; tutto materiale inerte necessario per le costruzioni, e proprio il trasporto di quel materiale inerte finisce pure, nei primi anni 2000, per fissare un accordo economico tra ‘ndrangheta e Cosa Nostra madonita legata a Bernardo Provenzano. L’obiettivo? I lavori della “Linea ad alta velocità”. Una cittadina, Brescello, strategica quindi, per i lavori dell’edilizia ma anche per muoversi in altri affari in altre province ed espandersi in maniera tentacolare in altre regioni confinanti, in Lombardia e in Veneto.

Pensa sempre in grande la ‘ndrangheta, prima i sequestri di persona per finanziare il traffico di stupefacenti, poi gli investimenti nell’impresa, in edilizia soprattutto, ma anche nell’autotrasporto, nei locali di intrattenimento, pub, ristoranti, attività commerciali.  Anni prima ne aveva intuito l’arrogante presenza a Brescello il gestore dello storico Bar Don Camillo, allorché un giorno espose sulla vetrina un cartello con scritto: “Si sospende l’attività per estorsioni e minacce mafiose”. Un’invocazione di aiuto? Forse, ma comunque rimasta inascoltata. Anni dopo gli organi elettivi del comune di Brescello saranno sciolti per infiltrazione mafiosa.

La crisi economica ed il conseguente fermo dell’edilizia metteranno in fibrillazione la ‘ndrangheta, ed i contrasti al suo interno diventeranno visibili. Infatti, durante la mia permanenza a Reggio si susseguiranno numerosi gli incendi dolosi ad abitazioni in costruzione, ad autoveicoli, ai mezzi pesanti. Eventi criminali che suscitano un elevato allarme sociale, come anche preoccupazione suscitavano gli arresti in terra emiliana di imprenditori ritenuti organici alla ‘ndrangheta, inseguiti da provvedimenti giudiziari della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Catanzaro.

Infine, il 9 maggio del 2010, alle ore 22 circa di un venerdì sera nella via Caliceti di Reggio Emilia, avveniva l’esplosione di un ordigno collocato sotto una macchina in uso ad un piccolo imprenditore edile calabrese, fratello di una vittima di usura che l’indomani avrebbe dovuto rendere dichiarazioni all’Autorità Giudiziaria. Un attentato che danneggia i veicoli in sosta ed il prospetto del palazzo prospiciente il parcheggio e che solo per un caso non fa vittime tra passanti e condomini. Quel grave episodio criminale, condotto con modalità mafiose, è avvertito da tutti per la sua potenziale pericolosità: la criminalità a Reggio Emilia aveva forse alzato il tiro, erroneamente credendo di poterla fare franca, di essere più forte dello Stato?

Al Prefetto si rivolgevano quindi, preoccupati, le Istituzioni, il mondo imprenditoriale e sindacale, trovando massimo ascolto. Insieme abbiamo costruito un percorso di attenzione e di prevenzione, e al Tavolo del coordinamento, in Prefettura, è stata via via scritta a più mani una bella pagina di impegno comune, di collaborazione costruttiva e di alleanza tra Stato e Territorio contro il pericoloso insinuarsi della mafia, rafforzando il sistema di controllo degli appalti, dell’attività di autotrasporto, dei commerci.

I 36 protocolli di legalità da me siglati con la Provincia, i Comuni ed altre stazioni pubbliche appaltanti hanno favorito i controlli sulle imprese e l’adozione da parte del Prefetto delle interdittive antimafia a protezione dell’economia legale, scatenando pure la reazione della ‘ndrangheta, ma trovando il Prefetto sempre un importante sostegno nella solidarietà espressa dai rappresentanti istituzionali, dal mondo imprenditoriale, dal sindacato, dalla società civile.

Certo io mi muovevo nell’ambito delle mie prerogative istituzionali, la prevenzione. Come poi si saprà qualche anno dopo, azione investigativa e azione giudiziaria facevano il loro corso. Il resto è noto. La storia di un radicarsi della ‘ndrangheta in Emilia è stata delineata con chiarezza da un meticoloso, intelligente lavoro investigativo dell’Arma dei Carabinieri, brillantemente e con ferma convinzione coordinato dalla Procura della Repubblica – Dda di Bologna; prove di reato confluite in un primo processo, svoltosi con il rito abbreviato e già conclusosi con una storica sentenza, ormai passata in giudicato, che attesta in modo giudiziariamente non più discutibile la presenza in Emilia di un’associazione per delinquere di stampo ‘ndranghetista, come anche la commissione di delitti a sfondo economico finanziario, moderna cifra dell’attività associativa criminale di ogni mafia. Il parallelo processo, che ha riguardato gli indagati che hanno scelto di farsi giudicare con il rito ordinario, in cui si sono registrate le dichiarazioni di taluni nuovi pentiti, si è da poco concluso in primo grado con pesanti condanne.

Due processi che disvelano la ‘ndrangheta per quello che è: un sistema di potere criminale asfissiante, che schiavizza gli stessi appartenenti all’Organizzazione, che si pone come un antistato violento e corrosivo, capace di afferrare in una morsa tentacolare che non lascia più neanche libertà di respiro a chiunque le si accosti. Una mafia economico-finanziaria che inquina l’economia legale, distorce le regole del mercato, che è potere disgraziato che può anche abbagliare un improvvido.

Una mafia oggi 2.0, che cammina in giacca e cravatta, che si presenta come un’agenzia di servizi e per questo non è temuta, talora ricercata dagli stessi imprenditori. Un’organizzazione sempre pronta a garantire un servizio: le frodi carosello e le false fatturazioni, un prestito od un recupero crediti, l’abbattimento dei costi di un appalto pure lucrando sulla busta paga degli operai e sui loro buoni pasto, fino a minimizzare i costi dello smaltimento dei rifiuti speciali. Una mafia che, dopo anni di questa vita, pensa addirittura che non le si possa più dare tale appellativo. E per questo, protesta!

A Bonacini e a tutti i giornalisti coraggiosi che vogliono conoscere e farci conoscere la mafia, che si impegnano a comprenderne e farci comprendere fino in fondo le dinamiche criminali, le compromissioni e le nuove frontiere di investimento economico finanziario, va l’apprezzamento e la riconoscenza di tutti noi per la determinazione nel raccontare. Perché la conoscenza dei fatti rimane il sale della democrazia, è la bussola della nostra vita, è difesa delle nostre libertà, un invito a tenere sempre alta l’asticella dell’attenzione ed a perseverare nella rigorosa condanna delle mafie e di ogni corruttela.

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