Due settimane di protesta, giorno e notte senza soste, contro il licenziamento di 33 persone. 15 giorni vissuti in tende e sacchi a pelo terminati oggi, 1 maggio, dopo un’assemblea organizzata nello spiazzale davanti allo stabilimento. Si ferma quindi, almeno per il momento, la mobilitazione di un gruppo di facchini, tutti iscritti all’Usb, che il 16 aprile era salito sul tetto della Gls di Piacenza, per chiedere il reintegro dei 33 licenziati. Dopo l’incontro di una delegazione al ministero dello Sviluppo economico tenuto ieri, i lavoratori hanno deciso di scendere dicendosi “fiduciosi dele istituzioni”.

La protesta era iniziata due settimane fa, il 16 aprile, quando un gruppo di ex addetti alla logistica era salito sul tetto dello stabilimento piacentino, e lì aveva sistemato tende e sacchi a pelo. Per 15 giorni poi ha vissuto e dormito sorvegliato a vista da polizia e carabinieri, e sopportando condizioni climatiche non sempre favorevoli, con giornate di vento forte, talvolta pioggia, oppure sole cocente. Alcuni giorni fa uno di loro, un egiziano 60enne affetto da asma cronica, aveva accusato un malore. Ma i soccorritori del 118, che lo avevano raggiunto grazie all’autoscala dei vigili del fuoco, non erano riusciti a convincerlo a interrompere la protesta e a farlo scendere.

Tutti i tentativi di dialogo erano finiti con un nulla di fatto. Ai tavoli convocati dalla Prefettura non si era mai presentato nessuno. L’azienda infatti aveva optato per la linea dura, disertando gli incontri e chiedendo lo sgombero dei lavoratori in presidio. Operazione però piuttosto pericolosa. L’azienda aveva accusato il sindacato di usare i lavoratori come “pretesto per attuare una nuova prova di forza“. Secondo Gls, i licenziamenti erano stati decisi dalla società Seam, la fornitrice di servizi nell’hub piacentino della multinazionale della logistica, “dopo regolari procedure disciplinari per condotte illecite di natura individuale”. Accuse respinte dal sindacato che invece aveva parlato di licenziamenti collettivi. “Gls ha come unico vero interesse quello di far fuori il sindacato di classe e riportare i lavoratori indietro nel tempo a prima delle vertenze e delle denunce di Usb, che hanno portato alla stabilizzazione dei precari per i quali si è battuto ed è morto Abd Elsalam e all’assunzione di quanti lavoravano in nero e in condizioni di vero schiavismo”. Inoltre, “il magazzino attuale è assolutamente accessibile, poiché nessuno ne vieta l’ingresso né alle persone, né ai mezzi e risulta pertanto strumentale la sua chiusura utilizzata al fine di contrapporre i lavoratori tra di loro”

*Il video è stato girato dai facchini e pubblicato sul profilo Facebook dell’Usb