L’ansia è un fiume sotterraneo, che fluisce in quella parte nascosta delle nostre vite di cui magari ci vergogniamo; e spesso non troviamo neppure il coraggio di parlarne. Ma sono tante le persone che ne soffrono: più del 30% della popolazione va incontro a questa difficoltà nel corso della propria vita. E le cose stanno peggiorando ora con il digitale e il fatto di essere sempre online. L’iperconnessione, infatti, aumenta i fenomeni dell’ansia e fa nascere nuove patologie, anche e soprattutto fra i giovani.

A conferma di questo, purtroppo, proprio mentre il 13 aprile si apriva al Palazzo dei congressi di Pisa il convegno “L’ansia nel mondo digitale”, quasi contemporaneamente una studentessa in gita a Venezia si è gettata dalla finestra perché un professore le aveva tolto il cellulare.

Ci sono comportamenti che non possono essere più gestiti in modo moralistico o banalmente prescrittivo, come per esempio ha fatto Papa Francesco rivolgendosi agli studenti e pregandoli di non cedere alla dipendenza da cellulare. I giovani da soli non ce la fanno e gli adulti hanno bisogno di strumenti che abbiano un supporto scientifico per aiutare se stessi e i giovanissimi. Il fenomeno è talmente rilevante che l’Ocse ha pubblicato pochi mesi fa un rapporto sugli effetti del digitale sulla salute mentale dei più giovani.

Bisogna correre ai ripari, ma come? È proprio per rispondere a questa domanda che a Pisa hanno dibattuto scienziati italiani e internazionali. È stata una giornata di confronto sulle ricerche più aggiornate, dove neuroscienziati straordinari dal punto di vista della competenza e dell’umanità hanno cercato di indicare, se non le soluzioni definitive, almeno dei percorsi di ricerca suffragati da dati e non da opinioni. Ma cosa si può fare di concreto?

La prima considerazione è arrivata dal professor Joseph Ledoux, forse il più importante ricercatore internazionale sui temi della paura e del cervello, autore del testo Ansia. Come il cervello ci aiuta a capirla. Nel suo intervento ha spiegato come sia necessaria una collaborazione dei media nel comunicare il fenomeno della paura e dell’ansia: il ruolo dei mezzi di comunicazione è fondamentale per poter creare un contesto di consapevolezza sociale ove professionisti, ma anche persone comuni, possano orientarsi. Senza una divulgazione scientifica seria gli sforzi dei ricercatori diventano inutili e, anzi, possono essere utilizzati per fuorviare le persone verso palliativi che non rispondono ai bisogni di chi sta male.

È stato però il professor Angelo Gemignani, neuroscienziato dell’Università di Pisa, a dare il timbro alla giornata spiegando non solo quali circuiti neurali siano coinvolti nel fenomeno dell’ansia, ma anche di come oggi le tecniche di indagine del cervello – in gergo brain imaging – mostrino come si possa intervenire per alleviare la sofferenza a partire dal collegamento corpo-cervello e come questo collegamento possa essere attivato dalla respirazione o da tecniche di meditazione – o mindfulness, come si usa chiamarla oggi.

Con il suo gruppo di ricerca ha iniziato studiando le situazioni di stress estremo, per esempio dai subacquei, mostrando come la riconnessione fra mente e corpo possa essere aiutata da pratiche e “ginnastiche” di respirazione, che se sono indispensabili per gli atleti possono essere di aiuto anche nella vita quotidiana, per alleviare il peso di alcune patologie legate all’ansia. Le sue ricerche, incentrate a misurare la variazione del ritmo delle frequenze cardiaca e respiratoria, mostrano come questi ritmi possano essere controllati, portando alla riduzione dello stress, alla regolazione del battito cardiaco e della respirazione – che nei fenomeni di stress e ansia si alterano – e all’aumento di concentrazione e attenzione nelle persone che li adottano in un clima di maggior benessere.

Le applicazioni di queste ricerche non riguardano evidentemente solo il singolo, ma anche le organizzazioni e le aziende, come ha mostrato il professor Andrea Bonaccorsi della Facoltà di Ingegneria di Pisa, che ha messo in evidenza come gli stessi temi affrontati dagli neuroscienziati per la cura dell’ansia trovino riscontro anche sul lavoro nelle aziende. E di come sia tempo di passare verso un modello complesso di gestione delle organizzazioni che superi la dimensione lineare novecentesca, con benefici sia per i lavoratori che per la produttività delle organizzazioni.

Non è una novità che tecniche di meditazione e mindfulness abbiano un impatto positivo sulle nostre vite, ma fino a oggi sono pochi gli studi come quelli del gruppo di ricerca di Gemignani, e i primi risultati cominciano ad arrivare solo ora. Ecco allora che le tecniche meditative sia orientali sia occidentali – ci dimentichiamo spesso che Buddha è stato contemporaneo di Socrate – possono non solo sostituire, ma cooperare insieme alla farmacologia e alla psicoterapia per migliorare il benessere delle persone, soprattutto dei giovani. Con quale obiettivo?

Per esempio quello suggerito dalla professoressa Anna Emanuela Tangolo, organizzatrice del congresso, che invita chi si trova in difficoltà a dotarsi degli strumenti di quella particolare ginnastica dell’imparare a connettersi e a staccarsi dalla Rete, acquisendo quindi un comportamento maturo nei confronti dell’iperconnessione e dai danni che produce. A partire anche, soprattutto, dai legami reali di prossimità, dei piccoli gruppi, dove i sentimenti e le emozioni diventano ingredienti di quella zuppa che è la nostra vita quotidiana. E dove sia possibile, quando siamo in difficoltà, chiedere aiuto senza vergognarci. Come magari è capitato a quella bambina in gita che, forse in preda a una crisi di patologia da disconnessione, ha cercato aiuto senza trovarlo.

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