“Non mi dimetto ora dall’Europarlamento. Non intendo dimettermi fino a quando il lavoro sarà fatto”, spiegava il 28 giugno 2016, con le urne del referendum che aveva sancito il sì alla Brexit ancora calde. Il “lavoro” era l’uscita dal Regno Unito dall’Ue. Tre anni dopo deve averci ripensato, Nigel Farage, leader di quello Ukip che, rosicchiandogli voti giorno dopo giorno, aveva spinto il premier Tory David Cameron a lanciare la sfida all’Unione europea. Ora, di fronte alla prospettiva assai solida che Londra debba partecipare alle europee del 26 maggio, il leader degli euroscettici britannici punta a un nuovo giro di giostra a Strasburgo: “Le Europee – ha detto l’eurodeputato, intervistato da Sky News – sembrano ormai certe”. “Sono felice? Non lo sono – giura mettendo le mani avanti – perché avrei altre cose da fare nella mia vita e credevo di aver già vinto la battaglia dopo 25 anni d’impegno”. Tuttavia, ribadisce, se si vota “sarò capolista del Brexit Party“.

Una certa coerenza nella scelta c’è. In effetti il lavoro non è ancora finito: a una settimana dal “no deal” e con Theresa May pronta a chiedere un rinvio dell’uscita fino al 30 giugno, Londra è ancora nell’Unione. Tanto che pur di ottenere la proroga la premier Tory ha acconsentito, obtorto collo, a organizzare le elezioni europee, a meno che prima del 26 maggio Westminster non voti l’accordo per l’uscita. Così, Nigel si prepara a restare a Strasburgo. Pazienza che il 4 luglio 2016, ancora ebbro dei festeggiamenti per il referendum, giurava di essere “entrato in questa lotta venendo dal mondo degli affari perché volevo che fossimo una nazione auto-governata e non per diventare un politico di carriera“. Acqua passata pure che il 5 aprile 2017 davanti al Parlamento europeo che fissa i suoi paletti per il negoziato della Brexit attaccase l’aula e il presidente Antonio Tajani: “Vi comportate come la mafia – aveva urlato – la vostra è una richiesta di riscatto”.

La causa anti-europea gli stava talmente a cuore che, dopo aver lasciato la guida del suo partito il 4 luglio 2016 “perché l’obiettivo politico era stato raggiunto” (guardandosi ovviamente dall’abbandonare il seggio all’Europarlamento), decideva di non candidarsi alle politiche che avrebbero sancito l’inizio del declino di Theresa May: “Ho deciso di continuare a combattere per la Brexit” nel Parlamento Europeo”, aveva detto il 20 aprile 2017 a Bbc e Daily Telegraph – Avrei vinto tranquillamente, ma resto a Strasburgo“. Al massimo, ma solo se implorato, potrebbe fare il sindaco di Londra: “Sono stato incoraggiato a correre da un gruppo di persone, ma questo non significa che lo farò”, spiegava ad agosto l’europarlamentare al Financial Times: “Non ho detto di no, ci sto pensando”. Intanto, però, meglio tentare la sorta alla lotteria europea. Non si sa mai.

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