Chi ha scritto questa lettera d’amore? Ma soprattutto: qualcuno l’ha letta?
E’ lì che aspetta in cima a una montagna dove non vedi nessuno a perdita d’occhio. Ma non sai se l’autore l’abbia lasciata sperando che alla fine qualcuno arrivasse. O se lui l’abbia smarrita, l’abbia abbandonata avendo perso ormai la speranza. Chissà.
Magari è stata proprio lei a lasciarla perché andasse persa. E addio.

Non sai nemmeno tu come ci sei arrivato lassù in cima. Hai lasciato L’Aquila e hai preso a salire senza una direzione; che fosse la strada a portarti tra crinali, improvvisi pianori, case isolate e alberi fioriti. Poi dopo l’ultima curva ecco i vicoli di pietra di Santo Stefano di Sessanio. All’improvviso quel miraggio: un pinnacolo di roccia e in cima un castello. Così perfetto da sognare, che ti pareva impossibile esistesse davvero e ci si potesse arrivare.

Invece eccoti qui, alla Rocca di Calascio. La strada che finisce, il sentiero di pietra che sale in mezzo ai ciliegi, alle case che qualcuno deve pure aver costruito. Non c’è anima viva, non un rumore, una voce. Nient’altro di umano. Ma continui a salire, non potresti fare diversamente anche se non sai perché. Non hai la minima idea di quello che ti aspetta.

Alla fine ecco… la rocca, il prato, la chiesa di Santa Maria della Pietà. Ti chiedi se li abbiano costruiti davvero per presidiare qualcosa, per celebrare una fede. O proprio per quello che provi tu: meraviglia. Davanti a te la vetta del Gran Sasso e poi crinali che si distendono verso l’orizzonte. Ti chiedi cosa puoi fare in mezzo a tutto questo, ma alla fine non riesci a fare altro che guardare. Esserci e basta.

Poi noti qualcosa: un pezzo di carta appoggiato sullo stipite della finestra della chiesa. Qualcuno ci ha messo sopra un sasso, il primo che gli è capitato tra le mani, giusto perché non volasse via. Non è un semplice foglio. E’ una lettera. E non puoi fare a meno di leggerla, forse per via di quella calligrafia sghemba, contratta. Sì, è una lettera d’amore. Senza nemmeno un nome, una firma. Come di chi scrive pensando che ci siano soltanto “io” e “tu”. Con la sicurezza che il messaggio se deve arrivare non si perderà… e altrimenti era destino.

Non si intuisce niente di loro due. Non l’età, nemmeno la provenienza. Nulla della loro storia: chi debba perdonare e chi essere perdonato. Forse manca un pezzo. Sai solo che chi scrive è un uomo… diresti un ragazzo. Devi affidarti soltanto alla calligrafia, non c’è altro appiglio.

La leggi e la rimetti a posto. In fondo tu non c’entri niente. E, però, la riprendi, la leggi ancora. Vorresti sapere chi l’ha scritta, se qualcuno l’ha letta. O forse… sì, ti viene il dubbio che in fondo fossi anche tu il destinatario, perché è troppo tempo che non scrivi una lettera così. Chissà dove sono finiti quei due, forse si sono ritrovati, forse no, mai però avrebbero pensato che un tizio arrivato per caso da mille chilometri di distanza avrebbe preso le loro parole e se la sarebbe portate via.

Ma a lasciare che si perdano così non ci riesci.

Anche se a volte non ci comprendiamo, la parte più bella di noi è ritrovarci dopo aver litigato.
Forse la parte più difficile dell’amore è proprio saper perdonare quando si è feriti nell’anima.
Saper andare oltre l’orgoglio, oltre il proprio dolore è ciò che permette e ci ha permesso di crescere da quando ti conosco. Quello che amo di te è il fatto di aver creduto in me, sempre, anche quando neanche io ci credevo. Quello che voglio dirti è che ti amo con tutto me stesso, ti considero parte di me nel modo più puro che esista. Ed è per questo che da quando ti conosco sono pronto per affrontare con te qualsiasi difficoltà, mano nella mano, come abbiamo sempre fatto.
Sono pronto per te ad andare oltre il mio orgoglio e le mie paure pur di starti vicino. Sono pronto a tenerti la mano per sempre e non lasciartela più. Per sempre.
Ti amo da morire.

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