“In Italia non ci sono le condizioni di dignità minima per un nuovo architetto senza amici o parenti nel settore”. Agnese D’Orazio ha compiuto da poco 35 anni, è nata e cresciuta a Pineto, in provincia di Teramo, dove si è laureata nove anni fa. È un’architetta e si occupa di progetti per abitazioni mono e plurifamiliari. Dal 2012 vive e lavora in Svizzera, a Nyon, tra Ginevra e Losanna: assunta subito con un contratto a tempo indeterminato, guadagna 6500 franchi al mese (circa 6 mila euro). “Qui il costo della vita è molto alto, più di duemila franchi se ne vanno solo per l’affitto – ci racconta -. Ma sono completamente indipendente e posso fare una vita dignitosa, senza l’angoscia di come arrivare alla fine del mese”.

Agnese si è sentita costretta a emigrare: “Faccio un esempio autobiografico. L’anno in cui mi sono laureata ho partecipato a un concorso con un gruppo di altri studenti e neolaureati. Abbiamo lavorato per un mese intero, giorno e notte, per degli architetti romani, e abbiamo vinto il bando da 50mila euro, ma non ci è spettato neanche un rimborso spese simbolico. Una prassi che è ricorrente nel nostro ambito”. Delusa, Agnese è partita per la Germania, destinazione Monaco dove, spiega, “ho lavorato per un anno ho fatturato da libera professionista. Un piccolo stipendio, che mi ha consentito di essere economicamente autonoma oltre che fare un’esperienza formativa molto interessante. E trasparenza e correttezza sono incredibili”.

Un anno dopo prova a tornare in Italia. “Ho cercato lavoro, sia da libera professionista che da dipendente. Nel primo caso, il problema è trovare clienti quando non sei figlia di qualcuno che lavora o lavorava già nel settore. E poi, anche una volta trovati, non è comunque facile riuscire a farsi pagare. Nel secondo caso, le possibilità sono poche e nei colloqui che ho avuto mi hanno parlato tutti di un periodo di prova, che tradotto vuol dire lavorare gratis col pretesto di formare i giovani architetti. Morale della favola? Ho sgobbato un anno senza essere pagata”. E così nel 2012 si trasferisce definitivamente. Destinazione Svizzera, dove trova subito lavoro. Adesso Agnese è in un ufficio di progettazione architettonica e urbanistica che “crea e disegna spazi di vita innovativi”, una società privata in cui ci sono tanti under 40. Contratto a tempo indeterminato e un compenso vertiginoso rispetto agli standard italiani, anche se “per mangiare una pizza fuori bisogna mettere in conto l’equivalente in franchi di 20-25 euro”.

E pur vedendo che “rivalità, meschinità, mobbing e persino lo stalking sono dinamiche purtroppo proprie dell’essere umano”, Agnese sottolinea che “le leggi svizzere prevedono il dovere del datore di lavoro di assicurare il benessere psicofisico dei dipendenti. Quindi, nei casi in cui si verifichino questi episodi, noi lavoratori veniamo protetti dal medico curante, dal sistema di disoccupazione e, nei casi più gravi, dalla giustizia“. E finora ha visto che il welfare funziona. “L’assicurazione infortuni la paga il datore di lavoro, quella sanitaria è a carico mio, ed è obbligatoria; i versamenti per la pensione e la maternità sono detratti dallo stipendio, mentre la tredicesima è variabile. E di solito si negoziano dodici o tredici mensilità”. Ma l’Italia è sempre nel cuore. “Mi mancano le persone, la famiglia e gli amici, la mentalità nei rapporti sociali, la cultura. E anche il fatto di potere comprare casa o aprire una mia attività, cosa estremamente  difficile in Svizzera”. Un giorno Agnese vuole tornare a casa, ma solo ad alcune condizioni: “Se troverò un lavoro che mi permette di vivere bene o un progetto entusiasmante. Come quello di rinnovare un vecchio casale di campagna per lanciarvi un’attività produttiva“.

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