“Quanta strada abbiamo fatto per esser quello che siamo? Quanta strada ci manca ancora per terminare il nostro percorso in questa vita pervasa dai problemi? […] I pochi sogni rimasti, ma soprattutto la speranza di riuscire di volta in volta ad attraversare le difficoltà, sono fondamentali per raggiungere le proprie aspirazioni, ma soprattutto sono l’unica immagine nel presente che può rendere un’idea del proprio futuro”.

Sono le parole di Demetrio, 18 anni, studente dell’Istituto Tecnico Industriale Guglielmo Marconi di Verona. Un tema di italiano? No, un compito di programmazione informatica.

Le parole – o meglio la riflessione – accompagna infatti un lavoro tecnico di utilizzo del linguaggio di programmazione che ha prodotto l’incredibile animazione di uno strano e coloratissimo fiore, che si forma sulle nota di un motivo musicale. “L’estetica del codice” è il titolo dell’iniziativa che la scuola veronese ha messo in campo per il secondo anno. La prima edizione ha raccolto una partecipazione un poco titubante da parte sia degli studenti che degli insegnanti, ma la titolare del corso di informatica, Nadia Dallago, non si è arresa e alla fine ha convinto tutti. Con lei un imprenditore informatico, Diego Cecato, che ha coniato il nome “Estetica del codice”, sostenendo un’idea quasi di bellezza degli algoritmi, un nuovo territorio che i ragazzi sono stati chiamati ad esplorare.

Ne sono uscite opere incredibili. Il grafico d’onda di una canzone di Pino Daniele trasformato in onde del mare nel golfo di Napoli, cerchi psichedelici che si creano formando figure che paiono immagini spaziali. Tutto creando dal nulla programmi, secondo il linguaggio Java normalmente utilizzato per realizzazioni puramente tecniche. Questo è uno degli aspetti innovativi dell’iniziativa: dare spazio e risalto a una dimensione creativa, artistica, fantasiosa in un percorso di formazione tecnica specifica, normalmente intesa come arida.

Eppure la percentuale di chi esce da questi tipo di scuola superiore e trova veloce inserimento nel mondo del lavoro, nell’arco di appena quattro anni è cresciuta dal 70 all’82%. Nei prossimi 5 anni la richiesta da parte dell’industria sarà di oltre 40mila diplomati. E metà di chi uscirà da questo percorso superiore andrà all’università. Indispensabile togliere una certa polvere, ma soprattutto offrire agli studenti i mezzi per rompere il tabù da soli, coniugando l’apprendimento consueto e l’apertura creativa.

“Più creiamo, più ci rendiamo conto che la nostra immaginazione non può essere saziata e questo mondo torna a suscitare, come il primo, quel senso di incompletezza e tristezza che ci spinge a voler ricominciare da capo e fare meglio, fare di più. Quant’è vero che la nostra immaginazione non ha fine, come può, allora, il nostro disegno immaginario averne una?”, ha scritto Leonardo, non ancora maggiorenne, illustrando un sistema di mondi tridimensionali che si creano l’uno dall’altro.

In un anno le classi coinvolte sono raddoppiate e i lavori hanno assunto forme tanto complesse da indurre gli insegnanti e i promotori a dare al tutto una dimensione pubblica: una mostra, ma anche il progetto di realizzare scenografie virtuali per  un’opera.

Cosa c’è in tutto questo di “industriale”, come suggerirebbe il nome dell’istituto? Nulla, e infatti l’intento è esattamente il contrario: portare nell’applicazione industriale della formazione un valore aggiunto forte, che non solo esalti la sensibilità, ma umanizzi l’azienda e abitui a personalizzare il modello produttivo, portando inventiva e capacità di progettare.

Ma c’è anche chi ha vissuto l’esperienza come qualcosa di più contingente e ne ha approfittato per esternare riflessioni sulla scuola che altrimenti mai sarebbero state espresse, come Victor che – illustrando il suo lavoro pieno di astrazione – ha scritto: “Il motivo per cui la scuola ai miei occhi è così oppressiva è perché insegna a fare calcoli, insegna un metodo di studio, insegna la disciplina, le competenze, come scrivere correttamente, l’approccio storico e scientifico. C’è però una cosa che la scuola non insegna e, anzi, tende a tagliare le ali agli studenti. La scuola non insegna a sognare…”.

Forse non è stata la realizzazione di un sogno, ma di sicuro un bel riscontro la presentazione che è stata fatta da ragazzi e insegnanti, lo scorso 14 febbraio, al Seminario Nazionale “Cittadinanza e cultura digitale” che si è tenuto a Milano presso l’Università Cattolica.

Cos’ha a che vedere tutto questo con i temi che vengono trattati di solito in questo spazio? In realtà molto. Il diritto a una cultura nuova e aperta. Quello di partecipare alla creazione di un mercato del lavoro meno stantio. Il diritto a una scuola che si evolva. E anche il diritto degli insegnanti a crearla, questa scuola, a plasmare i programmi di studio secondo la materia umana che nessuno più di loro può conoscere.

Per tutti il diritto a migliorare. Sperando che non si tratti dell’ennesima occasione sprecata da istituzioni sempre troppo lente e sorde.

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