“Pensavo solo agli altri, salvavo almeno gli altri. Anche se mi avesse scoperto, io sono una persona. Cercavo di salvarne 53“. Così Rami, 14 anni a luglio, nato in Italia da genitori egiziani, racconta l’ora più lunga della sua giovane vita, da Crema alla Paullese, in provincia di Milano, dove il bus su cui viaggiava, dirottato e dato alle fiamme da Ouesseynou Sy, è stato bloccato dai carabinieri che hanno evitato una strage. Il suo contributo è stato fondamentale per evitare che quello che gli inquirenti definiscono un “disegno criminale” non causasse vittime. Rami “si sente italiano, diciamo metà e metà” e secondo lui Sy “aveva preparato tutto, non c’era neanche un martellino della sicurezza. Appena ho visto la sua faccia, sentivo che qualcosa sarebbe successo. Come mai? Era muscoloso, grasso, una faccia che faceva paura e una volta ha detto che voleva andare sulla pista dell’aeroporto”.

Oggi Ramy si sente un po’ un eroe. D’altronde – racconta fuori dalla caserma dei carabinieri di San Donato – gliel’hanno detto tutti a Crema: i compagni, la preside della scuola, gli insegnanti e anche i ragazzini dell’altra classe. Erano sullo stesso bus, di ritorno dalla palestra della scuola ‘Vailati’, quando l’autista ha scelto di cambiare strada e “ha detto di raccogliere tutti i cellulari, quasi tutti glieli hanno dati. Io e il mio amico abbiamo fatto finta di darglielo, ma l’abbiamo tenuto. Ho chiamato le forze dell’ordine. Dopo ho messo subito giù. L’autista si è avvicinato e ho nascosto il telefono. Appena è andato via, ho finto di pregare in arabo ma in realtà stavo chiamando mio papà. Lui ha chiamato i carabinieri”. E così è iniziato l’intervento risolutivo.

La ricostruzione di quanto accaduto in quell’ora a bordo del bus dirottato – Il papà, Khalid Shehata, 50 anni operaio, in Italia dal 2001, spera ora di avere la cittadinanza, perché “il mio secondo Paese è l’Italia”. Un desiderio che potrebbe essere presto esaudito dal momento che il Viminale ha fatto sapere di essere al lavoro per conferirgliela quanto prima. Intanto Rami, con un certo candore, ammette riferendosi all’autista: “Secondo me, non ci voleva fare niente. Voleva farci solo paura. Quando sono arrivati i carabinieri, ha sparato su e nel vetro”. Poi racconta il momento del dirottamento del bus: “Ha detto di stare tutti zitti, ha legato i professori. All’inizio – confida l’adolescente – pensavamo fosse una scherzo. Ci siamo accorti dopo quando è andato nell’altra strada. Ha cambiato il percorso e ha fatto vedere la pistola. Ci siamo spaventati, si sono messi tutti a urlare. Poi ha mostrato il coltello e ha buttato la benzina per terra. Ha detto: ‘Io non voglio farvi del male basta che state zitti’. Ha messo anche dei teli per coprire, pieni di benzina. Quindi, se usava l’accendino…”.

Ramy fa sapere di conoscere bene la strada della Paullese: ha riconosciuto infatti il nome di un ristorante e questo è stato un dettaglio che ha aiutato molto i carabinieri, “arrivati nel momento giusto”. I meriti li condivide con i suoi compagni Aadm e Ricky: “Mi sono fatto aiutare anche dai miei compagni. Alzavano un po’ la voce per distrarlo. Io mi sono abbassato e parlavo. Ho capito che ho salvato tutti quando ho visto la macchina dei carabinieri arrivare e andare avanti per bloccarla. Avevo anche paura. Era così agitato, se buttava l’accendino… Avevo tanta paura. I carabinieri hanno rotto i vetri e siamo usciti. Avevo paura per quelli vicino a lui, i professori. Non ho riportato ferite – conclude – solo i miei compagni si sono fatti male”. Poi aggiunge: “Da grande vorrei fare il carabiniere“.

“Ramy — ha raccontato un altro suo compagno di classe, Ricky — è stato furbo: aveva nascosto il cellulare, ha fatto le prime chiamate al 112. A un certo punto gli è caduto per terra, senza farmi vedere sono andato a raccoglierlo e l’ho passato ad Adam, dietro di me”. A quel punto Adam ha chiamato i genitori, per ben tre volte, perché non gli volevano credere, convinti che fosse uno scherzo.

L’audio della telefonata ai carabinieri –Ci stanno rapendo in un pullman, ci minacciano con il coltello, il prof è davanti. Ci tiene in ostaggio il guidatore, ha un coltello in mano. Veloce, c’è per terra della benzina, non respiriamo più. La prego, chiami qualcuno, non è un film questo, non possiamo perdere la vita. Sta andando verso la campagna”. Questo è ciò che, con voce concitata, ha detto uno dei bambini presi in ostaggio nella telefonata fatta ai carabinieri per avvertire dell’azione messa in atto da Ousseynou Sy, come si sente in questo audio de Ilfattoquotidiano.it.

Il racconto della bidella a bordo del bus – Sy ha chiuso le porte del bus con delle catene, non avrei mai pensato una cosa simile. Gli insegnanti sono stati legati e e lui mi ha detto di buttare la benzina sulla tenda e i finestrini e di sequestrare i cellulari. Io ho tenuto acceso il mio, ho fatto il numero della scuola e l’ho lasciato acceso perchè volevo che dall’altra parte sentissero”. A fornire ulteriori dettagli di quanto accaduto durante il sequestro dell’autobus è Tiziana M., la bidella che stava accompagnando assieme ad un’insegnate i ragazzi della scuola media “Vailati” di Crema in palestra. “I bambini urlavano, erano in panico – prosegue – io gli dicevo che se stavano tranquilli sarebbe stato meglio. Lui ripeteva frasi sconnesse, non si capiva bene quello che diceva. Ripeteva che voleva andare a Linate, parlava di bambini annegati nel Mediterraneo, mentre non ha mai citato Salvini. Aveva in mano l’accendigas, quando ha visto l’auto dei carabinieri si e’ agitato ancora di più. Poi, ho sentito come una bomba nel vetro quando sono intervenuti i carabinieri. Qualcuno mi ha mandato dall’alto il carabiniere che mi ha salvata. La mia paura piu’ grande – conclude – erano i bambini, mi hanno tenuto su il morale e alla fine mio hanno detto che ero stata grande”.