Le indagini dei carabinieri si intrecciano con quelle di picciotti e affiliati a Cosa nostra di Palermo. Al centro c’è la scomparsa di una grossa somma di denaro che anziché finire nelle casse di una società sequestrata al boss, veniva riscossa da una terza persona, vicina ad altri mafiosi. L’episodio è emerso a margine del blitz Atena dei carabinieri del Nucleo investigativo che hanno arrestato 32 persone, su richiesta della Dda di Palermo. Il buco divenne noto quando fu scarcerato Rubens D’Agostino, del mandamento di Porta Nuova, chiamato ‘u Barrichello per via dell’omonimia con il pilota brasiliano di Formula 1. Era finito in carcere nel 2011 e nel 2012 il Tribunale aveva sequestrato i suoi beni, compreso un bar: il “Manila”. Nel 2017 l’esercizio commerciale tornò nelle sue disponibilità – perchè i giudici avevano rigettato la richiesta di confisca – ma quando il boss mise gli occhi sui conti, si accorse che mancavano dei soldi.

Il Manila  è un bar importante per i boss palermitani. E infatti nel maggio 2017, quando venne ucciso il boss Giuseppe Dainotti (appena scarcerato), le intercettazioni raccontano di come i padrini ricollegarono quell’omicidio ai contrasti legati al bar e al mancato pagamento degli affitti. “Però non c’entra niente”, rassicurava D’Agostino. Che prima di essere arrestato lo aveva affidato a Cesare Di Marco e al figlio Antonino. I quali, nonostante il sequestro successivo, “si fottevano i soldi ogni mese” all’insaputa delle famiglie mafiose. “Sia la gestione dell’esercizio commerciale che l’affitto delle mura”, evidenziano gli investigatori.

D’Agostino era alla ricerca di informazioni. Soprattutto sugli amministratori giudiziari: l’avvocato Luigi Russo e il commercialista Salvatore Romano. I due avevano gestito le società in due periodi differenti, susseguendosi tra loro, e Romano poi aveva “stipulato un contratto d’affitto di ramo d’azienda” con un uomo di origine tunisina, che gestiva il bar. “Scusa ma tu non pagavi al dottore Romano?”, chiedeva il boss al tunisino. “Tanti anni fa, ora non lo pago più”, rispondeva il gestore. “Insomma accorciando il discorso, è dal mese di agosto del 2013 che questo (Di Marco ndr) si fotte 1500 euro al mese, cioè 66 mila euro, che io convinto che me li doveva dare il dottore Romano”. Una situazione paradossale: il boss rivendicava dai Di Marco “101 mila euro” per l’affitto di un bar che però gli era stato sequestrato dallo Stato.

Gli investigatori hanno ricostruito le fibrillazioni interne a Cosa nostra legate alla gestione di quell’attività commerciale. La Dda di Palermo – procuratore aggiunto Salvatore De Luca, sostituti Maurizio Agnello (adesso procuratore aggiunto di Trapani) e Amelia Luise – ha indagato sull’episodio, riconoscendo il tentativo di estorsione nei confronti dei Di Marco. I picciotti per dirimere lo “sgarro” interpellarono i vertici del mandamento di Porta Nuova. “C’è il sergente e il capitano”, dicevano riferendosi ai fratelli Gregorio e Tommaso Di Giovanni, all’epoca entrambi in stato di libertà.

Tommaso Di Giovanni nel 2017 tornò in galera in virtù di una condanna definitiva per mafia ma pochi mesi prima di essere arrestato aveva autorizzato il boss scarcerato a “maltrattare” Cesare Di Marco – cioè l’uomo che si era appropriato dell’affitto del bar sequestrato – che nel frattempo aveva cercato “un supporto mafioso qualificato” per difendersi, tra cui quello di Dainotti. In almeno due occasioni Di Marco è stato picchiato da Rubens D’Agostino. Il boss era talmente nervoso che ne parlava anche da solo, mentre si trovava in auto. “E in base a che cosa te la prendi tu questa gestione, tu ti sei preso, cioè il bar mio che ci ho buttato il sangue e quei picciotti e tu ti prendi i soldi! Non ti do due timpulate (schiaffi ndr) perchè parola d’onore mi fai pena”, diceva nel suo monologo solitario. Alla fine “costretto dalle violenze, minacce e intimidazioni – scrive il gip – Di Marco aveva iniziato a corrispondere parte delle somme di denaro richiesti”. Denaro che però sarebbe dovuto passare per le mani degli amministratori giudiziari.