I 28 governi del Consiglio Ue hanno bocciato all’unanimità la lista di 23 Paesi terzi che la Commissione europea aveva individuato come “a rischio” in materia di riciclaggio di denaro e finanziamento del terrorismo. Una stroncatura decisa che costringerà il commissario alla Giustizia, Vera Jourová, a tornare sul fascicolo nonostante la pressione del Parlamento che da mesi chiede una lista prodotta dalle istituzioni europee che integri quella stilata dal Gruppo di Azione Finanziaria Internazionale contro il Riciclaggio di Denaro creato dal G7. Ma l’elenco di Paesi presentato dalla Commissione non ha convinto i governi dell’Unione che hanno spiegato di “non poter sostenere l’attuale proposta poiché non è stata istituita in un processo trasparente e resiliente che incentivi attivamente i paesi colpiti ad adottare azioni, rispettando nel contempo il loro diritto ad essere ascoltati”. Oltre alla metodologia utilizzata, dietro alla bocciatura del Consiglio ci sarebbero anche le forti pressioni, tra gli altri, di Arabia Saudita e Stati Uniti: tra i 23 Paesi menzionati, oltre alla monarchia al-Saud, ci sono anche territori americani come Porto Rico, Samoa Americane, Isole Vergini e isola di Guam.

“Se l’elenco fosse stato inattaccabile da un punto di vista metodologico, sarebbe stato più difficile arrivare ad una bocciatura così”, evidenzia una fonte, mentre altre due spiegano che “alcune relazioni confidenziali sui Paesi che figurano nell’elenco citavano informazioni tratte da Wikipedia o molto datate”. Inoltre, hanno spiegato dal Consiglio, i Paesi inseriti nella lista non hanno avuto il tempo per verificare le motivazioni ed essere ascoltati. Una versione che contrasta con quella fornita dalla Commissione. La portavoce Mina Andreeva ha risposto che la black list “è stata stilata in stretta collaborazione con gli stati membri che sono stati consultati sulla metodologia e sui Paesi candidati l’anno scorso”. Fonti interne alla Commissione citate da Politico raccontano di un clima di delusione ai piani alti di Palazzo Berlaymont, mentre 29 deputati a Bruxelles hanno inviato una lettera a Jourová, all’Alto rappresentante per gli Affari Esteri, Federica Mogherini, e al commissario dell’Unione per la Sicurezza, Julian King, in cui si dicono “disturbati per i tentativi di alcuni Stati membri, in particolar modo il Regno Unito, di rimuovere l’Arabia Saudita dalla bozza di lista presentata dalla Commissione”.

Il nuovo documento, che dovrà essere presentato dall’esecutivo europeo e ricevere l’approvazione del Consiglio e del Parlamento, ha lo scopo di “proteggere il sistema finanziario dell’Ue prevenendo meglio i rischi di riciclaggio di denaro e finanziamento del terrorismo”. Per fare ciò, in base alle informazioni fornite sui vari paesi presenti nell’elenco, “le banche e le altre entità coperte dalle norme antiriciclaggio dell’Ue saranno tenute ad applicare maggiori controlli sulle operazioni finanziarie che coinvolgono clienti e istituti finanziari con sede in questi paesi ad alto rischio per identificare meglio eventuali sospetti flussi di denaro. Il tutto dovrà avvenire sulla base di una nuova metodologia che riflette i criteri più rigorosi della quinta direttiva sull’anti-riciclaggio in vigore dal luglio 2018”. A subire controlli così rigorosi, secondo il documento presentato da Jourová, sarebbero stati Paesi come Afghanistan, Samoa Americane, Bahamas, Botswana, Corea del Nord, Etiopia, Ghana, Guam, Iran, Iraq, Libia, Nigeria, Pakistan, Panama, Porto Rico, Samoa, Arabia Saudita, Sri Lanka, Siria, Trinidad e Tobago, Tunisia, Isole Vergini Usa e Yemen.

Queste restrizioni, però, non sono piaciute ai governi degli Stati membri che intrattengono proficui legami economici e finanziari con alcuni dei Paesi presenti nella lista, oltre a provocare anche l’immediata reazione di alcuni tra i diretti interessati. Già a febbraio, quando la bozza della Commissione era stata resa pubblica, il Tesoro americano aveva risposto criticando l’azione di Bruxelles, aggiungendo che “non si aspetta che le istituzioni finanziarie statunitensi prendano in considerazione l’elenco della Commissione europea”. Stessa reazione avuta dal governo di Panama che ha espresso “profonda preoccupazione” per l’inserimento del Paese centroamericano tra i 23 Stati attenzionati, chiedendo, attraverso il proprio ambasciatore permanente all’Ue, Miguel Verzbolovskis, di riconsiderare il ruolo di Panama e alla Commissione di “impegnarsi in un dialogo aperto e serio, in modo da affrontare eventuali critiche specifiche”.

Anche l’Arabia Saudita, che negli ultimi anni è stata spesso accusata di supportare le frange ribelli, più o meno estremiste, nel conflitto siriano, avrebbe avviato la sua attività di pressione e lobbying sulle istituzioni e i governi europei. Lo ha fatto anche con una lettera a firma di Re Salman, che Politico scrive di aver ottenuto e visionato, in cui, rivolgendosi a uno dei governi dell’Ue, il monarca spiega come la lista “danneggerà da un lato la sua reputazione e dall’altro creerà difficoltà nei flussi commerciali e di investimento tra il regno” e l’Ue. Flussi commerciali che riguardano anche l’acquisto di armamenti da parte di Riyad, con l’Italia che è uno tra i principali fornitori. Il re saudita ha anche “invitato i rappresentanti” del Consiglio Ue a sostenere la posizione del Regno e a riconsiderare questa decisione.

Twitter: @GianniRosini