La gestione dell’inchiesta Consip da parte dei pm della procura di Napoli era corretta. Le frasi accreditate a uno dei quei pubblici ministeri e comparsi sul quotidiano Repubblica invece sono da punire con la censura. È questa l’opinione della sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura. L’organo di autocontrollo delle toghe, infatti, ha sanzionato John Henry Woodcock, assolvendo totalmente la collega Celestina Carrano. 

Due erano le contestazioni mosse contro Woodcock: le opinioni, riportate dal quotidiano di largo Fochetti, legate all’accusa di falso contestata all’allora capitano del Noe Giampaolo Scafarto. E l’interrogatorio di Filippo Vannoni, all’epoca consigliere economico di Palazzo Chigi. Quest’ultima accusa riguardava proprio la gestione dell’indagine sulla centrale acquisti della pubblica amministrazione e coinvolgeva anche la pm Carrano, presente all’interrogatorio di Vannoni: si è risolta con un’assoluzione completa. “Non sono soddisfatto, mi riservo di valutare il ricorso in Cassazione“, ha detto il sostituto procuratore generale della Suprema corte, Mario Fresa. Si tratta del rappresentante dell’accusa in quello che è una sorta di processo interno al Csm. Fresa, infatti, aveva chiesto la censura per Woodcock anche rispetto all’altra contestazione: quella di aver violato i diritti di difesa di Vannoni, poi indagato nell’inchiesta Consip. A difendere Woodcock davanti alla commissione di Palazzo dei Marescialli era un altro magistrato, l’ex procuratore di Torino Marcello Maddalena, che a sua volta ipotizza un ricorso in Cassazione (chiaramente per motivi opposti rispetto a Fresa): “Leggeremo le motivazioni, ma sicuramente ricorreremo in Cassazione“. Il collegio della sezione disciplinare, invece, era presieduto dal laico Fulvio Gigliotti e ne facevano parte l’altro laico Filippo Donati, e i togati Piercamillo Davigo (fondatore di una sua corrente, Autonomia e Indipendenza), Marco Mancinetti di Unicost, Corrado Cartoni di Magistratura Indipendente e Giuseppe Cascini di Area.

L’accusa principale era rappresentata dalla violazione dei diritti di Vannoni. È il 21 dicembre del 2016 quando il consigliere di Palazzo Chigi viene interrogato come testimone – e dunque senza avvocati – a Napoli. Secondo Fresa ci sarebbero già stati gli elementi per iscriverlo nel registro degli indagati. Vannoni, infatti, era stato indicato dall’allora amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, come una delle persone che lo aveva avvertito dell’inchiesta in corso sulla centrale di acquisti per la pubblica amministrazione. Comportandosi in questo modo, secondo Fresa, i due pm “hanno seguito la logica dei 2 pesi e delle 2 misure”. Per gli stessi motivi, infatti, avevano iscritto nel registro degli indagati l’allora ministro Luca Lotti e i generali dei carabinieri Tullio Del Sette e Emanuele Saltalamacchia, accusati di violazione di segreto. Una tesi respinta dal difensore di Woodocok, l’ex procuratore di Torino Marcello Maddalena, che ha evidenziato come Vannoni non avesse la stessa posizione di pubblico ufficiale. Diversa la posizione degli altri indagati: per questo motivo il magistrato, scelto da Woodcock come difensore, ha fatto presente che per l’iscrizione nell’apposito registro “occorrono sufficienti indizi di colpevolezza, non un semplice sospetto“. Ai giudici disciplinari Maddalena ha chiesto di avere quella “serenità di giudizio” nei confronti dei due pm “che onorano la magistratura italiana”, riconoscendo “la correttezza del loro comportamento” anche in un caso come questo che riguarda “i potenti di questa terra”. Il collegio gli ha dato ragione.

Diverso l’esito dell’altra contestazione, quello che ha visto Woodcock sanzionato con la censura: avrebbe violato il dovere di riserbo con comportamento gravemente scorretto nei confronti dell’allora capo facente funzione della procura di Napoli, Nunzio Fragliasso. Il quale lo aveva invitato al massimo riserbo sulla vicenda. Poi però il quotidiano Repubblica pubblico alcune frasi, accreditandole al sostituto procuratore, riferite alle accuse di falso contestate all’allora capitano del Noe Scafarto dalla procura di Roma. Per la stessa vicenda a Woodcock veniva anche contestato di aver interferito nell’inchiesta della procura di Roma, ma da questa accusa è stato assolto. Il pm ha ribadito di aver espresso quelle riflessioni in un colloquio “che sarebbe dovuto rimanere salottiero” con una giornalista amica, che invece poi tradì l’impegno di non scrivere nulla. “Io sono stato tradito. Se questo inganno, questo tradimento, debba essere causa della mia condanna lo lascio alla serenità della vostra camera di consiglio”, ha detto prima che i giudici si ritirassero per la sentenza. Il pm ha anche dato lettura delle dichiarazioni dell’allora procuratore di Napoli Nunzio Fragliasso, che gli ha dato atto di “grande correttezza ed estrema professionalità”. Una versione confermata anche dalla giornalista in questione, Liana Milella, che citata come teste davanti al Csm ha detto: “Avevo dato la mia parola d’onore che non avrei mai scritto. Ma poi ha prevalso il demone giornalistico, la voglia di fare uno scoop”.

Nel colloquio che doveva rimanere riservato Woodcock espresse la convinzione che il falso attribuito a Scafarto doveva essere il frutto di un errore e non di un dolo. “La libertà di manifestazione del pensiero non può essere una patente per accedere a sentieri pericolosi. Guai a una magistratura italiana che consentisse a ogni giudice di ingerirsi nella sfera di competenza altrui”, era la testi di Fresa. “Leggeremo le motivazioni, ma sicuramente ricorreremo in Cassazione“, ha detto invece Maddalena, difensore di Woodcock davanti alla Sezione disciplinare del Csm. Nessun commento invece da parte di Woodcock e Carrano, che hanno lasciato Palazzo dei marescialli senza fare alcuna dichiarazione ai giornalisti.

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