di Monica Lanfranco e Nadia Somma

Si chiamava Olga Matei, morì strangolata nel 2016, dopo un mese di relazione, per mano di un uomo che diceva di amarla. Il femminicida è Michele Castaldo, condannato all’ergastolo, ha visto ridurre la pena a 30 anni per il rito abbreviato, poi passata a 16 anni (24 anni, ridotti di un terzo sempre per il rito). Ma mentre in primo grado era stata riconosciuta la gravità del crimine commesso per “futili motivi” ora la Corte d’Appello di Bologna ha reso nota la sentenza e le motivazioni della riduzione sono a dire poco sconcertanti.

La decisione della riduzione, si spiega, deriva in primo luogo dalla valutazione positiva della confessione. Inoltre, sebbene la gelosia provata dall’imputato fosse un sentimento “certamente immotivato e inidoneo a inficiare la sua capacità di autodeterminazione”, tuttavia essa determinò in lui – “a causa delle sue poco felici esperienze di vita” – quella che il perito psichiatrico che lo analizzò definì una “soverchiante tempesta emotiva e passionale”, che in effetti “si manifestò subito dopo anche col teatrale tentativo di suicidio”. Una condizione, questa, “idonea a influire sulla misura della responsabilità penale”.

Al processo Castaldo raccontò così il contesto nel quale maturò la sua violenza: “Ho perso la testa perché lei non voleva più stare con me. Le ho detto che lei doveva essere mia e di nessun altro. L’ho stretta al collo e l’ho strangolata”. Emerse, inoltre, dalle parole dell’uomo (che ovviamente non possono essere contestate dalla vittima), che lei manifestò indifferenza per il dolore di essere rifiutato e lasciato.

Quindi ricapitoliamo: c’è sempre una buona ragione per ammazzare una donna e una di queste è la fragilità emotiva dell’uomo violento, che non riuscendo ad accettare la fine di una relazione viene assalito da una tempesta emotiva, che diventa una attenuante nel caso sia arrestato e giudicato. Seguendo questo ragionamento, inoltre, ci si può spingere a dire che tra un uomo e una donna è quest’ultima che “deve” amare: attenzione quindi a non amarlo più, perché il rifiuto di una relazione può costare la vita a un donna, ma può essere considerato una attenuate all’uccidere se a uccidere è un uomo.

Tante, troppe sentenze emesse nei tribunali italiani a conclusione di processi che vedono imputati uomini per violenze e femminicidi riportano a galla l’eco della cultura patriarcale che aveva prodotto la legge sul delitto d’onore, nella quale si sanzionava con indulgenza l’assassinio di una donna. La legge sul delitti d’onore è stata abolita in Italia nel 1981, ma quella cultura, a quanto pare, è ancora purtroppo presente e viva nella mente di alcuni giudici.

“La sentenza segna un arretramento rispetto al lavoro che fanno le reti di donne per il superamento dei pregiudizi” commenta Elena Biaggioni, avvocata penalista e coordinatrice del Gruppo tecnico avvocate di D.i.Re, Donne in rete contro la violenza “È ancora necessario fare formazione a contrasto degli stereotipi, perché senza una formazione adeguata per superarli rischiamo ripercussioni anche sul sistema giudiziario”.