Con il presidente Abdel Fattah Al Sisi, sebbene “l’agenda sia molto serrata, troveremo un modo di confrontarci e trasmetterò le premure del governo italiano e dell’Italia” sul caso Regeni. Lo afferma il premier Giuseppe Conte parlando con i cronisti a margine del vertice Ue-Lega Araba. Se la vicenda di Giulio Regeni è una ferita aperta? “Certo che è una ferita ancora aperta finché il caso non si risolverà“, sottolinea il presidente del Consiglio rispondendo ad una domanda.

Conte ha parlato da Sharm el-sheikh al termine del primo summit tra i Paesi europei e Lega Araba con al centro sicurezza, cooperazione economica, energia e rafforzamento dell’agenda comune delle due organizzazioni. Il premier ha avuto anche un bilaterale con il premier del governo di comunità nazionale libico Fayez Serraj. La situazione della Libia “è strategica per l’Italia” e servono degli “sforzi volti a prevenire una escalation di violenza o un conflitto civile, che sono sempre dietro l’angolo”, ha detto Conte. “Tutti devono rinunciare a qualcosa, abbiamo una road map e auspico che la conferenza internazionale” promossa dall’Onu “si possa realizzare”. “Presto avrò un aggiornamento anche con il generale Haftar“, ha spiegato il premier, sottolineando il ruolo dell’Italia “al centro del Mediterraneo e sempre a favore del dialogo”. “Roma – ha aggiunto Conte  – ha favorito molto l’organizzazione di questo primo summit che spero possa essere una tappa storica per un partenariato strategico”.

Tornando al caso Regeni, il commento del premier Conte arriva a quasi tre mesi di distanza dalla decisione del presidente della Camera, Roberto Fico, che il 29 novembre scorso aveva scelto in autonomia di rompere le relazioni diplomatiche con il Parlamento egiziano dopo l’ennesima spedizione a vuoto dei pm italiani al Cairo per le indagini sulla morte di Giulio Regeni. Si tratta del primo strappo ufficiale (e parziale) dell’Italia dal rientro dell’ambasciatore al Cairo ad agosto 2017: allora però Conte aveva reagito con più freddezza, limitandosi a dire di “non conoscere le ragioni della scelta”.

Il ricercatore friulano fu trovato morto e con evidenti segni di tortura il 4 febbraio 2016 nella periferia della capitale egiziana. Ad aprile 2016 il governo italiano aveva provveduto al ritiro dell’ambasciatore, in attesa di chiarimenti sul caso, ma la decisione era stata poi rivista il 14 agosto 2017. Nel frattempo la richiesta di una verità da parte della famiglia di Regeni e il lavoro della Procura di Roma non si sono mai interrotti. Con i pm che hanno dovuto affrontare le resistenze della controparte egiziana e i continui depistaggi per complicare la ricostruzione di quanto successo al ricercatore italiano tra il 25 gennaio e il 4 febbraio del 2016 al Cairo.

Avevano fatto discutere invece l’estate scorsa prima l’incontro del 18 luglio tra il vicepremier leghista Matteo Salvini e Al-Sisi in cui, a due anni e mezzo dell’omicidio, il leader della Lega aveva detto: “La giustizia egiziana sarà rapida”. E poi le parole dell’altro vicepremier, Luigi Di Maio, che a fine agosto aveva dichiarato che Al Sisi gli avrebbe detto: “Regeni uno di noi”.

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