Maschio, tra i 18 e i 45 anni, con “eccellente carattere morale” e “una forza mentale molto buona”. Sono le caratteristiche che deve avere chiunque voglia candidarsi a boia in Sri Lanka, secondo quanto si apprende dai messaggi pubblicitari fatti circolare sulla stampa dal governo di Colombo. Due sono le posizioni aperte. A inizio febbraio, il presidente Maithripala Sirisena ha annunciato la ripresa – entro tre mesi – delle esecuzioni per impiccagione nei casi di narcotraffico, mettendo fine a una moratoria che durava dal 1976.

Negli ultimi quarant’anni le autorità srilankesi hanno sponsorizzato regolarmente l’incarico, sperando di riuscire ad addestrare boia professionisti nel caso in cui le esecuzioni fossero riprese. Prima di allora, l’incarico veniva tramandato di padre in figlio. Ma dall’inizio della moratoria, solo tre persone hanno accettato di ricoprire il controverso ruolo, e tutte lo hanno abbandonato prima di effettuare anche una sola esecuzione.

Ultimo in ordine di tempo P.S.U. Premasinghe, 45 anni. Ma è durato poco. Ottenuto il lavoro cinque anni fa, si è dimesso in stato di shock dopo aver visto il patibolo nella prigione principale di Colombo, pochi giorni dopo aver iniziato il training. La posizione è rimasta aperta da allora. Questo, tuttavia, non ha impedito ai tribunali locali di continuare a dispensare condanne a morte, sebbene nessuna sia stata portata a termine. Per la legge dello Sri Lanka, sono sanzionabili con la pena capitale l’omicidio e il traffico di droga, così come il possesso di più di due grammi di eroina pura, nota come diacetilmorfina. Secondo le ultime stime, circa 1.300 persone si trovano dietro le sbarre in attesa di essere giustiziate, di cui 48 per reati legati alla droga. Il ministero della Giustizia e delle Riforme carcerarie ha deciso questa settimana di importare un nuovo cappio in aggiunta a quello attualmente sul patibolo, acquistato dal Pakistan 12 anni fa e mai utilizzato.

Il giro di vite messo in atto da Colombo si ispira alla brutale guerra al narcotraffico delle Filippine, accusata dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani di aver tolto la vita a oltre 20mila persone, ben più delle 5000 riportate dalle statistiche ufficiali. Recentemente, in visita nell’arcipelago, Sirisena aveva lodato la campagna di Rodrigo Duterte definendola “un esempio per il mondo”. Solo pochi giorni dopo, il governo di Manila si è impegnato a inviare una squadra di “specialisti” per fornire competenze tecniche ai funzionari srilankesi impegnati nella lotta contro gli stupefacenti.

Secondo il governo, i narcotici rappresentano un problema reale nel paese asiatico. Proprio lo scorso gennaio le autorità hanno sequestrato una partita di cocaina per un valore di 108 milioni di dollari nel porto di Colombo, uno snodo sempre più centrale nel narcotraffico internazionale. Il contrabbando di stupefacenti è ora di pertinenza di una task force speciale istituita per combattere i militanti Tamil negli anni ’80 e sottoposta sotto il controllo presidenziale durante la crisi politica innescata lo scorso novembre dalla temporanea sostituzione del premier Ranil Wickremesinghe con l’ex leader Mahinda Rajapaksa.

Mentre lo Sri Lanka è un paese a maggioranza buddhista – religione che professa la non violenza – la nuova campagna antidroga gode di una popolarità preziosa per Sirisena, in cerca di un secondo mandato alle elezioni del 2020. Le critiche, tuttavia, non mancano. Tra i detrattori spicca il nome di C.T. Jansz, che negli anni ’50 ha supervisionato alcune esecuzioni come commissario generale delle carceri. Jansz ricorda che persino i funzionari disapprovavano la crudeltà delle esecuzioni. “Tutta la prigione era in lutto”, racconta al New York Times.