Il diritto di cui si parla è quello a essere rappresentati e a incidere sulle formazione delle leggi. Lo strumento, ormai nella retorica popolare considerato quasi diabolico, a beneficio di interessi privati: le famigerate lobby. Conosciamo quelle che potremmo definire più leggendarie, come la lobby dei produttori di armi, di tabacco, dei petrolieri: tutte realtà presenti in modo massiccio nel sistema politico statunitense, dove – però – le condizioni istituzionali sono ben diverse dalle nostre ed esiste anche molto altro.

Ad esempio vi sono lobby in rappresentanza della Università, come Harvard, University of California, Texas University e New York University. Ognuna nel biennio 2013-2014 (l’ultimo i cui dati sono disponibili) ha speso cifre superiori al milione di dollari. Ma a fare lobby sono anche delle confessioni religiose. Risulta che in un anno le organizzazioni di clero e religiose abbiano speso oltre cinque milioni e mezzo di dollari. E poi organizzazioni di ospedali e medici.

Il terzo gruppo ad aver investito di più in attività di lobbying è la Us Chamber Institute for Legal Reform, affiliata alla Camera di Commercio federale, che promuove riforme legislative soprattutto nel campo del diritto fallimentare con una maggior trasparenza e imparzialità dei giudici. Per il resto, nei primi 20 posti non figurano né armi né tabacco, ma telecomunicazioni, finanza e farmaceutica. Evidentemente non solo interessi economici, tra quelli per i quali si impegnano i lobbisti negli Usa.

Ancora più evoluto e vasto è il lobbismo nell’ambito delle istituzioni europee, dove l’attività è regolamentata e improntata, almeno formalmente, alla massima trasparenza. Se negli Usa, patria delle lobby, abbiamo visto che alcuni settori molto discussi – come le case farmaceutiche e le potenti compagnie di telecomunicazioni – hanno comunque un peso non indifferente, a Bruxelles l’incidenza di quello che potremmo definire “lobbismo sociale” (anche se il profitto non è estraneo) è davvero notevole.

Dall’elenco dei cosiddetti “gruppi di interesse” accreditati, circa 7mila fanno riferimento a soggetti che rappresentano ambiti industriali, finanziari o professionali, ma ben 5mila sono invece organizzazioni non governative, centri di studi e ricerca, Chiese e rappresentanze di enti locali o organizzazioni comunque facenti riferimento a un determinato territorio. Quest’ultima è la categoria nelle quale l’Italia è più presente: si va da associazioni regionali di taxisti alle Camere di commercio, alle Regioni, ad alcuni singoli Comuni come quello di Milano.

Se l’unico “gruppo di interesse” italiano in area religiosa è Migrantes, negli altri settori si possono trovare dalla Stazione sperimentale per l’industria delle conserve alimentari alla Federazione italiana aerobica e fitness, passando per tutte le principali università, ospedali, fino alla Fondazione Centro sperimentale di cinematografia. Per capire davvero quanto quello dei “gruppi di interesse” possa essere un modo variegato e duttile, va prestata attenzione soprattutto alla categoria più ampia, quella che va sotto la famigerata sigle Ong, organizzazioni non governative.

Certo ci sono fondazioni o strutture al centro di polemiche, ma anche dalla natura più varia. Per l’Italia, sono presenti ad esempio il Movimento nazionale liberi farmacisti, l’associazione Altroconsumo, l’istituto Tethys che si occupa di fauna marina, Legambiente, l’associazione per la ricerca sul tumore al seno Europa Donna. In alcuni casi si tratta di vere e proprie attività di lobbying, in altri – comunque – di rappresentanze che mantengono e alimentano rapporti con le istituzioni comunitarie, al fine di portare istanze all’attenzione diretta di chi legifera o avere canali privilegiati d’ascolto.

E nel nostro Paese? Se negli elenchi del ministero dello Sviluppo economico risultano iscritti oltre 1400 soggetti lobbisti, in quelli del Lavoro e delle Politiche Sociali ve ne sono appena 36. Forse si ritiene che su certi temi, più che col potere esecutivo, sia necessario coltivare relazioni con gli organismi legislativi. Invece no: l’elenco delle lobby accreditate presso la Camera dei Deputati è curiosamente molto scarso: circa 250 soggetti. Per la gioia dei “tradizionalisti” vi sono due colossi del tabacco, poi quasi tutte le grandi partecipate di Stato, tante categorie professionali, singole aziende e – ancora – davvero pochissimi “gruppi di interesse” di carattere sociale.

E proprio qui sta il punto. Perché vi è un’associazione per la tutela culturale dell’emittenza radiofonica locale, ma non gruppi di soggetti socialmente deboli, o vittime di malagiustizia o di malasanità, che riuniscano le miriadi di sigle esistenti? Perché in tutto il Paese vi sono 22mila onlus, ma non risultano gruppi per tema che le rappresentino nelle istanze comuni e facciano attività di lobbying nei palazzi del potere?

Eppure lo stesso ministero afferma che “i portatori di interessi particolari possono far comprendere ai policy maker gli elementi che derivano dalla conoscenza diretta dei problemi e delle difficoltà del settore rappresentato. Si tratta, quindi, di un’attività che può rendere l’intervento legislativo più efficace e coerente”. Forse siamo di fronte a un altro strumento importante di democrazia, sacrificato in nome di piccoli protagonismi e interessi. Forse si preferisce sempre gestire il problema, piuttosto che – dov’è possibile – entrare nelle istituzioni e cercare di risolverlo. Si preferisce gridare alle leggi sbagliate, piuttosto che contribuire a farne di giuste.