Da una parte le aziende e i sindacati del settore oil&gas che si uniscono alla manifestazione nazionale dei sindacati ‘Futuro al lavoro’, a Roma, per protestare (con il sostegno anomalo di Confindustria) soprattutto contro l’emendamento inserito nel dl Semplificazione che blocca per 18 mesi le attività di ricerca degli idrocarburi. Dall’altro Greenpeace, Legambiente e WWF che ritengono una “battaglia di retroguardia a spese del Paese” quella sostenuta in difesa delle trivellazioni, “basata su valutazioni economiche ampiamente fittizie e su tre grandi mistificazioni”, ma si dicono pronte al confronto con i sindacati. Nel frattempo, mentre le compagnie minacciano di chiedere risarcimenti per le perdite legate agli investimenti, la campagna Stop TTIP/CETA Italia e il Coordinamento No Triv ricordano che il 15 gennaio 2019 quindici Stati europei (tra cui l’Italia) hanno siglato un documento, richiamando una sentenza della Corte di Giustizia, secondo cui l’arbitrato internazionale tra stati membri dell’UE è incompatibile con il diritto dell’Unione. In base a questo documento nessun investitore europeo potrà più fare causa al nostro Paese se saranno fermati progetti sulle trivelle.

LA PROTESTA DEI SINDACATI (E CONFINDUSTRIA) – Intanto, però, accanto ai lavoratori del settore oil&gas di Ravenna, che hanno partecipato alla manifestazione nazionale dei sindacati ‘Futuro al lavoro’, a Roma, c’è Confindustria Romagna. “In questa fase è importante essere uniti, difendere insieme crescita e lavoro. Ad una iniziativa come questa ci sembra assolutamente opportuno partecipare” ha dichiarato il presidente Paolo Maggioni, che ha definito la sospensione imposta dall’emendamento del governo ‘un suicidio industriale’. Nei prossimi giorni si riunirà anche il comitato guidato dal sindaco di Ravenna Michele de Pascale, in prima fila contro il dl Semplificazione, per valutare l’organizzazione di una manifestazione nazionale, questa volta dedicata esclusivamente al mondo energetico.

GLI AMBIENTALISTI: ‘LE MISTIFICAZIONI DELLA BATTAGLIA PRO-TRIVELLE’ – Nel frattempo Greenpeace, Legambiente e WWF si uniscono per fare chiarezza sugli effetti concreti dell’emendamento, ricordando che “non esiste alcun provvedimento di blocco dell’estrazione di idrocarburi gassosi o liquidi in Italia, ma solo la sospensione per 18 mesi di poche decine di permessi di prospezione e ricerca in vista della definizione di un Piano delle aree”. Piano previsto già dal 2014 e poi “inspiegabilmente cancellato nel 2016”. Secondo gli ambientalisti non esiste poi “alcuna ricaduta di massa sui livelli occupazionali nel settore”. E neppure “un ricco e diversificato settore dedicato alla estrazione di idrocarburi, ma – spiegano le tre associazioni – a fronte di riserve di idrocarburi comunque scarse, esiste una situazione di assoluta predominanza in capo a quella che sostanzialmente è ancora una azienda di Stato, cioè all’Eni e alle sue associate che controllano l’85% delle piattaforme petrolifere offshore e l’assoluta maggioranza delle trivellazioni a terra”.

L’APPELLO A GOVERNO – Legambiente, Greenpeace e Wwf chiedono al governo che la redazione del Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee (PiTESAI), previsto dal dl Semplificazione, “sia coerente con l’obiettivo della decarbonizzazione fissato dalla Strategia Energetica Nazionale (SEN), con le indicazioni che emergeranno dal Piano Energia e Clima, in attuazione dell’Accordo di Parigi e con il corretto recepimento della nuova direttiva comunitaria sulle rinnovabili (RED2)”.

RINNOVABILI E FOSSILI – In Italia, nonostante la contrazione degli incentivi (che ha portato un taglio netto di 2 miliardi circa tra il 2016 e il 2017, da 14,4 miliardi del 2016 ai 12,5 del 2017), il Gestore dei servizi energetici registra nel 2018 la performance molto positiva delle fonti rinnovabili che già nel 2015, con il raggiungimento di una quota del 17,7%, ha consentito di raggiungere e superare, con 5 anni di anticipo, il target al 2020 del 17% di penetrazione sui consumi energetici complessivi, mentre le rinnovabili coprono già il 31% del consumo interno lordo di energia elettrica 2017. Sul fronte idrocarburi, invece, come ci ricorda l’Ocse “l’Italia è un Paese che produce piccoli volumi di gas naturale e petrolio e che, come ricordato da dati storici prodotti dal ministero dello Sviluppo Economico nei nostri fondali marini ci sono 10,3 milioni di tonnellate di petrolio di riserve certe”. Stando ai consumi attuali, queste quantità coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole sette settimane, mentre quelle di gas a mare coprirebbero un fabbisogno di circa sei mesi. E se si attingesse anche alle riserve di petrolio presenti nel sottosuolo, concentrate soprattutto in Basilicata, le riserve di greggio a mare e a terra verrebbero consumate in appena 13 mesi.

LA QUESTIONE DEI RISARCIMENTI – Ma non è tutto. Se in questi giorni le compagnie dell’oil&gas hanno minacciato arbitrati internazionali contro l’Italia per gli effetti dell’emendamento del governo e si è molto parlato anche del risarcimento chiesto all’Italia del colosso inglese Rockhopper per il blocco di Ombrina Mare, la campagna Stop TTIP/CETA Italia e il Coordinamento No Triv ricordano di un importante documento siglato da 15 Stati europei, tra cui l’Italia, a gennaio scorso. Nel testo si fa riferimento a una sentenza emessa il 6 marzo 2018 dalla Corte di Giustizia dell’Ue che si è pronunciata sul rinvio pregiudiziale proposto dalla Corte federale di giustizia della Germania, nell’ambito di una controversia tra la Repubblica slovacca e la Achmea BV. La Corte di Giustizia ha stabilito che l’arbitrato internazionale tra stati membri dell’Ue è incompatibile con il diritto dell’Unione. Questo significa che, stando a questa sentenza e al documento siglato anche dall’Italia, nessun investitore con sede nell’Unione europea può più fare causa a un altro stato membro utilizzando la clausola arbitrale contenuta nei trattati commerciali e sugli investimenti. Il primo effetto, in Italia, potrebbe vedersi proprio nella causa intentata dalla Rockhopper.

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