Il suo addio aveva stupito tutto il partito e il resto della politica tedesca perché avvenuto proprio in concomitanza con la sua storica elezione al Bundestag, nel 2017. Ma dopo l’annuncio dell’avvio di indagini da parte dell’Ufficio per la difesa della Costituzione sull’operato di Alternative für Deutschland (Afd) per verificare se esistano le basi per l’avvio di una procedura di incostituzionalità, Frauke Petry, ex leader della formazione di estrema destra tedesca e fondatrice di Die Blaue Partei, racconta a Ilfattoquotidiano.it di vedere confermati i propri timori: il partito “liberale e conservatore” che aveva sognato si è trasformato in un movimento “nazionalista e autoritario”.

E’ sorpresa per le indagini dell’Ufficio per la Difesa della Costituzione sull’operato di Afd?
“Sorpresa? Niente affatto. Anzi, penso che queste indagini siano state avviate in ritardo. Fino al 2017 ho guidato Alternative für Deutschland e dal 2016 fino al mio addio, a settembre, ho potuto vivere in prima persona il processo di radicalizzazione all’interno del partito. Mi chiedevo: ‘Se lo vedo io, come possono non accorgersene le autorità?’”

Lei ha lasciato il partito in un momento estremamente positivo. Tra l’altro, era appena stata eletta al Bundestag. Cosa l’ha portata al passo indietro?
“Voglio fare una premessa: non credo, come molti hanno scritto, di aver lasciato il partito nel suo momento migliore. Voglio ricordare che nel 2016, nella prima parte del mio mandato, eravamo tra il 17 e il 20% di consensi. Nel 2017 abbiamo preso ‘solo’ il 13,6%. In quel momento, mentre tutti festeggiavano, io ho visto la decadenza del partito. Non avevamo vinto, stavamo perdendo terreno. E le cause vanno ricercate, a mio parere, in ciò che è stato deciso nel Congresso del 2017: lì, la maggioranza di Afd decise che non voleva diventare la nuova destra tedesca, un partito liberale e conservatore, ma prevalsero le istanze di protesta, l’estremismo e le aspirazioni distruttive più che costruttive. A quel punto capii che non c’era più spazio per me nel partito”.

Le indagini dei servizi si stanno concentrando soprattutto su Junge Alternative, l’organizzazione giovanile, e su Björn Höcke, esponente dell’ala più estremista. Lei tentò di estrometterlo quando definì il Memoriale sull’Olocausto “un monumento della vergogna”. Aveva visto il pericolo di una svolta verso l’estremismo di destra?
“L’ala più radicale del partito, Der Flügel (L’Ala, ndr), è stata fondata nel 2015 proprio da personaggi come Björn Höcke con l’intento di imprimere una svolta nazionalista ed estremista. Quella che inizialmente era una minoranza ha guadagnato terreno piano piano, fino a rappresentare la maggioranza dei membri nel 2017. Questo gruppo è appoggiato da personaggi importanti come il leader di Afd nel Bundestag, Alexander Gauland, oltre che da politici che prima avevano una visione più moderata e che sono stati anche miei collaboratori, come Alice Weidel e Beatrix von Storch (quest’ultima nipote del ministro delle Finanze di Hitler più volte finita sotto accusa per esternazioni razziste, ndr). Questo perché nel partito si è instaurata una corsa alla scalata, alla popolarità, al potere. La maggioranza ha inseguito il successo politico a spese dei principi che ci avevano unito e lo hanno fatto pensando che appoggiare Höcke fosse la strada vincente. Il partito oggi è questo: se si cancella Der Flügel, si cancella il partito”.

Con lei la linea da seguire era: mai fare alleanze o avvicinarsi agli estremisti. Nel 2018, a Chemnitz abbiamo visto sfilare i leader di Afd al fianco dei vertici di Pegida. In quell’occasione, Lutz Bachmann, leader storico del movimento anti-Islam, disse: “Ecco la vera natura dell’Afd”. È d’accordo?
“Sì, l’Afd di oggi è proprio questo, ha ragione Bachmann, un partito che strizza l’occhio all’estremismo di destra. Basta vedere come è organizzato oggi: Der Flügel ha imposto alla formazione una struttura totalitaria e verticistica che fa capo a Höcke, Gauland e pochi altri. Ma queste strutture sono quasi impenetrabili, invisibili, ben nascoste. È difficile che un esterno possa accorgersi di questa organizzazione di tipo autoritario”.

Vista la sua conoscenza del partito, crede che un suo scioglimento per incostituzionalità sia possibile e giustificato?
“Non lo so, sinceramente. Le indagini sono appena state avviate, non sono ancora saltate fuori delle prove che facciano pensare a uno scioglimento. Ci vorranno anni per vedere i risultati del lavoro investigativo. So solo due cose. La prima, che in Germania esistono movimenti ancora più estremisti di Alternative für Deutschland che non sono stati sciogliti, ad esempio la Npd (Partito Nazionaldemocratico di Germania, ndr). La seconda, è difficile che l’Ufficio per la Difesa della Costituzione trovi prove così schiaccianti da giustificare la messa al bando di un partito che ha il 14-15% dei consensi. Non si tratta di cancellare un partitino, ma una delle principali forze politiche del Paese”.

Vede delle somiglianze con altre formazioni sovraniste europee? Ad esempio con la Lega di Salvini in Italia.
“Credo sia difficile fare dei paralleli con Afd e altre formazioni europee. Tralasciando il fatto che il sistema politico tedesco è decisamente diverso da quello italiano, noto una differenza sostanziale tra Alternative für Deutschland e partiti come Lega, Front National, Fpö o Diritto e Giustizia: la formazione tedesca è l’unica che non cerca e non vuole alleanze. Quando sono diventata leader del partito, nessuno all’interno si era mai occupato di intessere rapporti con altre formazioni tedesche o europee. Lo abbiamo fatto io e mio marito, Markus Pretzell. Da quando sono uscita, la tendenza isolazionista è tornata. A differenza di Salvini, che sta cercando di fare alleanze con diversi movimenti, Afd è isolata in campo europeo. Ad esempio, non ci sono contatti personali fra i leader di Afd e Salvini. Inoltre, la Lega governa in Italia in coalizione con il Movimento 5 Stelle, Fpö fa lo stesso in Austria, mentre Afd rifiuta qualsiasi coalizione anche interna alla Germania. È un partito di protesta e di rottura. Non vuole il potere nelle proprie mani, se non con una maggioranza assoluta in Parlamento”.

Adesso lei ha fondato un nuovo partito, Die Blaue Partei (#TeamPetry). Cosa ha portato via dalla sua Afd e cosa invece ha deciso di abbandonare?
“Ho lasciato una retorica fatta di richiami alla Seconda Guerra Mondiale, che vorrei ricordare è finita 70 anni fa, ho lasciato una politica economica non più liberale ma di sinistra, che difende il salario minimo (con il 40% di contributi sociali), un principio ancora giovane in Germania e che noi non condividiamo. Ho lasciato un partito patriottico non nel senso della ricerca di una convivenza culturale anche europea, come facciamo noi, ma basato sulle distinzioni di tipo etnico e razziale. Ho invece preso il pensiero conservatore e liberale che caratterizzava il partito durante il mio mandato, fondato su alcuni pilastri fondamentali: famiglia, sicurezza garantita dallo Stato, controllo dei confini, uno Stato responsabile dell’educazione e dello sviluppo infrastrutturale ma mai interventista in campo economico, il sostegno alle piccole e medie imprese”.

E dell’Europa che visione avete?
“Vogliamo un’Europa più tollerante riguardo all’autonomia dello Stato e alle decisioni interne. Crediamo nella diversità culturale europea e ci piace che l’Ue sfrutti questa situazione. Accettiamo le differenze ma vogliamo sfruttare anche gli aspetti che ci tengono uniti, come la libertà di movimento o il mercato unico europeo. Siamo contro un sistema fiscale europeo e, in fondo, anche alla moneta unica che ha danneggiato alcuni Paesi europei, non solo l’Italia ma anche la Germania. Siamo favorevoli a una difesa comune e a una collaborazione europea nel controllo dei confini esterni. Non crediamo, però, nel principio di delega a prescindere nei confronti dell’Ue: è inutile chiedere a Bruxelles di occuparsi di certe tematiche se le strutture non funzionano. A quel punto, meglio che ogni Stato le gestisca autonomamente. Infine, vogliamo un’Unione più trasparente, che permetta ai cittadini di sapere chi si occupa di certe questioni e come lo fa. Vogliamo riformare la struttura e i poteri di Commissione e Parlamento europeo proprio per favorirne la trasparenza”.

Twitter: @GianniRosini

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