Dieci anni fa oggi, Barack Obama s’insediava alla Casa Bianca, diventando così il 44° presidente degli Stati Uniti, il primo nero: pare ieri. Due anni fa oggi, Donald Trump entrava alla Casa Bianca: sembra un secolo fa. Con il 45° presidente, un riccone e uno showman alla Casa Bianca, le ore sono eterne e i mesi contano come anni. Non che domini la noia, tutt’altro; è la paura che attanaglia.

Quel giorno freddo del 20 gennaio 2009, con l’alito di Obama che si condensava mentre pronunciava il giuramento, la speranza entrava alla Casa Bianca: c’era l’attesa largamente condivisa d’un Mondo migliore, che si sarebbe presto lasciato alle spalle la crisi economica da poco scoppiata, che avrebbe chiuso per sempre la stagione della lotta al terrorismo e della “guerra di civiltà” apertasi l’11 Settembre 2001, che avrebbe conosciuto una stagione di progresso e di giustizia. Nelle foto d’allora, Obama non è brizzolato, Michelle è una bella giovane signora, Malia e Sasha sono due bambine con il cappottino della festa.

Quel giorno si chiudevano dieci settimane d’attesa febbrile, quasi festosa, dopo la vittoria di Obama su John McCain, degnissima persona, nell’Election Day del 4 novembre: da Chicago a tutta l’Unione e all’Europa, dall’Asia all’America latina, soprattutto in Africa, nella notte dello spoglio dei voti avevamo un po’ vinto tutti.

Poi, il presidente Obama non è stato all’altezza del candidato Obama, i risultati conseguiti non sono stati quelli sperati, l’idealista prammatico s’è spesso dimostrato un idealista incerto sul da farsi: certo, la crisi è stata superata, ma la globalizzazione non s’è rivelata la ricetta giusta per meglio distribuire la ricchezza e ridurre le disuguaglianze (anzi!); le guerre di Bush non sono finite e, dalle loro braci e dalle contraddizioni delle Primavere arabe, s’è sviluppata la grande fiammata dell’Isis, il sedicente Stato arabo, con i conflitti in Iraq e in Siria e un corollario di attentati al cuore dell’Europa e un po’ ovunque nel Mondo; sono rispuntati e cresciuti i germi degli”uomini forti” e del populismo, del nazionalismo, del sovranismo; e gli Stati Uniti, invece di chiudere per sempre nei bauli della storia le pulsioni del segregazionismo e del razzismo, hanno ritirato fuori il mito dell’uomo bianco.

Ma le delusioni, parziali, di otto anni di presidenza Obama non cancellano, e non fanno dimenticare, le emozioni – magari un po’ adolescenziali – della notte delle elezioni e del giorno dell’insediamento, la speranza di un Mondo migliore. Com’è agghiacciante il contrasto con l’elezione e l’insediamento di Trump, il 20 gennaio 2017: prendevano il potere la protervia dell’”America First” e l’insolenza dell’”io”, là dove c’erano la ragionevolezza, magari poco efficace, del multilateralismo e l’inclusione del “noi”; la paura e la rozzezza del discorso, là dove c’erano la speranza e l’eleganza del ragionamento.

Purtroppo, contrariamente a Obama, Trump presidente vale il Trump candidato: fa le cose che aveva promesso, o almeno ci prova con pervicacia. E sull’orizzonte 2020 non s’intravede ancora un candidato, o una candidata, che coinvolga i cittadini e ne riaccenda l’entusiasmo. Come, prima d’Obama, seppero fare John F. Kennedy, a modo suo Ronald Reagan, persino Bill Clinton. C’è tempo e forse salterà fuori, fra i tanti aspiranti alla nomination anti-Trump: segniamoci sull’agenda il 20 gennaio 2021, fidando di girare un’altra pagina di buona storia.

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