Incuriosisce di più una notizia che viene pubblicata o una che misteriosamente scompare?

Nel turbolento vivere quotidiano in cui tutti criticano la stampa, ne attaccano l’indipendenza (temendo in realtà che i giornali siano davvero liberi di scrivere quel che va raccontato), si ubriacano di fake news e – come moderni untori – offrono il calice a chi è nella rubrica di WhatsApp, viene da chiedersi che effetto possa fare l’eliminazione di una pagina dal sito web di un grande quotidiano. Non è la comunicazione infondata di un vicepremier ricoverato per un malore in un nosocomio romano, ma un articolo che almeno all’apparenza poggerebbe su eventi documentati.

È la storia del pezzo che la redazione di Genova di Repubblica aveva titolato Ponte Morandi, la direzione della ricostruzione al Registro Navale Italiano, ente al centro di cause internazionali, che era apparso su Google News e che a distanza di poche ore si è dissolto. Chi clicca sul link (presto sparirà anche quello) finisce su una pagina in cui campeggia un “non trovato”, cui fa seguito l’invito a segnalare alla redazione il problema riscontrato nella navigazione on line.

L’articolo era stato parzialmente ripreso (con tanto di rinvio al sito di Repubblica) anche dal portale di Wind, per poi sparire anche da lì, dove si leggeva un occhiello: “L’affidamento del coordinamento dei lavori al Rina, già condannato per il disastro della petroliera Erika e in causa per un rogo in Pakistan e un traghetto affondato in Egitto, è stato contestato dall’associazione ‘Abiti Puliti'”. Quasi si trattasse di un giallo misterioso, viene voglia di saperne di più. In un’epoca in cui si predica il fact checking, la tentazione di verificare si fa forte e i riscontri sui fatti citati è abbastanza agevole.

Primo accertamento. “Abiti Puliti” è da ricondurre alla “Clean Clothes Campaign”. È un’organizzazione che dal 1989 lavora per garantire il rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori (e in particolare delle donne lavoratrici) e che in Italia ha sede a vico Tartaruga a Genova presso la cooperativa equosolidale Fair, impegnata nella promozione di campagne di sensibilizzazione per la giustizia sociale ed ecologica, i diritti umani e il lavoro.

Il secondo blocco di conferme riguarda l’oggetto delle contestazioni. La storia della “Erika”, cargo che trasportava oli minerali e affondò nel golfo di Guascogna nel 1999 provocando danni ambientali lungo 400 chilometri di costa bretone, si è chiusa nel 2012 con la condanna di Total a 171 milioni di euro e di Rina (ossia il Registro Navale Italiano) a 30 milioni.

Il traghetto in Egitto? L’affondamento dell’Al Salam Boccaccio 98 viene considerato uno dei più grandi disastri marittimi della storia contemporanea. La notte tra il 2 e il 3 settembre 2006 1031 persone – tra pendolari, turisti e pellegrini di ritorno dalla Mecca – muoiono in un naufragio seguito a un incendio a bordo, provocato dal mancato rispetto delle norme di sicurezza. La certificazione di quella nave era stata rilasciata dal Rina e la causa arriva a Genova, dove a dicembre 2012 il procedimento si estingue per difetto di giurisdizione: al momento dell’incidente il traghetto batteva bandiera panamense, perciò è lì che si dovrà tenere il processo (di cui non si hanno elementi).

Se andiamo indietro di poco più di due mesi troviamo l’anello di giunzione tra “Clean Clothes Campaign” e Rina, circostanza che forse spiega come mai sia stata l’associazione Abiti Puliti a far sentire la propria voce in un contesto il cui unico possibile fil rouge è la “sicurezza”. L’11 settembre del 2012 scoppia un incendio nello stabilimento tessile della Ali Enterprises di Karachi, in Pakistan. L’idoneità di quella fabbrica sotto il profilo della sicurezza era stata certificata da Rina, che aveva delegato la società locale RI&CA. Venne rilasciata la certificazione nonostante mancassero scale, uscite di sicurezza, estintori. Quell’ok ha contribuito a totalizzare la terrificante cifra di 260 morti, carneficina per cui sopravvissuti e i parenti delle vittime sono venuti a manifestare nel capoluogo ligure nemmeno un mese fa.

Tutto qui. Ogni riflessione è lasciata a ciascuno di noi. Si può cancellare un articolo, ma – visto il contesto marittimo – le cose vengono sempre a galla.

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