“Spero che la mia elezione possa aiutare tanti colleghi a fare coming out, a consentire a tutti quelli che vivono un disagio di uscire fuori senza vergognarsi di quello che sono”. Sono queste le prime parole di Michela Pacini, 45 anni, eletta nella segreteria nazionale del Silp-Cgil, uno dei sindacati più numerosi della Polizia. È la prima poliziotta dichiaratamente omosessuale a raggiungere una posizione simile. La votazione è avvenuta nell’assemblea nazionale che si è tenuta l’11 gennaio a Rimini.

La sua scalata rappresenta un simbolo all’interno delle forze dell’ordine, dove, dice lei stessa all’AdnKronos, uscire allo scoperto “è ancora difficile perché l’ambiente non lo favorisce”. Eppure la 45enne ha diversi progetti per l’organizzazione sindacale. “Mi hanno voluto nella segreteria nazionale non certo perché sono omosessuale – continua – È ovvio che le tematiche Lgbt faranno parte della mia attività, ma non mi occuperò solo di quello: vorrebbe dire svilire il mio ruolo e quello del sindacato. Siamo vecchi, pochi, con stipendi ridotti, senza ricambio e senza contratto. Queste sono le priorità“. Da oltre vent’anni in polizia, la neo-eletta ha lavorato prima alla Polfer di Milano, poi in vari uffici della questura di Firenze, dove attualmente è assistente capo con il ruolo di tecnico informatico.

Michela ha iniziato la sua seconda vita 10 anni fa, dopo essersi separata dal marito con il quale ha avuto due figli, che oggi hanno 17 e 14 anni. “Ma ho un rapporto ottimo con loro e anche con il mio ex, siamo una famiglia bellissima” dice soddisfatta, raccontando di aver trovato anche un secondo amore, Benedetta, la sua compagna. “Credo fermamente che l’amore non abbia colore o sesso, riguarda semplicemente le persone”, conclude.

Impegnata da tempo sulle tematiche Lgbt (è vicepresidente dell’associazione ‘Polis Aperta‘ che riunisce gli Lgbt appartenenti alle forze dell’ordine), a giugno si è vista negare dalla questura di Firenze la possibilità di partecipare in divisa alla riunione a Parigi dell’European Glbt Police Association, organismo che riunisce le associazioni che in 16 paesi si battono per il riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali tra le forze di polizia e armate. Divieto cancellato poi dal Viminale che però obbligò l’agente a prendere un giorno di congedo per partecipare al meeting. Un comportamento discriminatorio, che, racconta Michela, è solo uno dei tanti subiti negli anni di carriera. “Ma alla fine in caserma è come nella vita reale, dipende chi hai di fronte. Ci sono colleghi e funzionari che hanno una sensibilità enorme e che hanno sempre rispettato le mie scelte, altri invece che operano in maniera sessista. I problemi principali – prosegue ancora – li ho avuti con delle colleghe non dichiarate ma omosessuali. Il solo accostamento con me da parte degli altri scatenava in loro reazioni pesanti, un atteggiamento provocato dalla paura. È un problema culturale, c’è nella polizia, nelle forze armate e nella vita reale”. I sommersi, cioè gli agenti che preferiscono non dichiararsi, sono ancora tanti. “Essendo pochi i ‘coming out’ – spiega ancora Pascali – risulta azzardata una qualsiasi statistica su quanti siano gli agenti e i militari omosessuali”.

Ora però le priorità di Michela sindacalista sono altre. “Innanzitutto il ricambio generazionale. Ma prima ancora bisogna lavorare sul disagio tra i colleghi. Abbiamo fondi risicati e questo governo certo non ha cambiato la situazione, si lavora sempre più in emergenza, siamo a ranghi ridotti e con un’età elevata. E poi le responsabilità, come poliziotti e come uomini e donne, sono enormi”. Non manca anche un riferimento al ministro dell’Interno, Matteo Salvini. “L’impressione è che sia solo propaganda, le azioni messe in campo non vanno verso quello che serve alle forze di polizia. E anzi – sottolinea – con il decreto sicurezza la situazione può degenerare perché ci ritroveremo in strada persone che non hanno più tutele”. Una condizione che secondo la Pascali, non farà altro che aumentare la percezione di paure. Le sue battaglie quindi saranno quelle per un contratto e uno stipendio più dignitosi, oltre che per un turn-over che permetta alla polizia italiana di cambiare volto, ringiovanendosi.

Sorpresa del clamore mediatico intorno alla sua nomina, Michela non si lascia intimorire. “Io non voglio fare come chi mi discrimina – risponde convinta – I miei muri li abbatto da sempre. Spero lo facciano anche gli altri. Altrimenti risponderò come ho sempre fatto”.

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