“Vogliamo disarmare i delinquenti e proteggere gli italiani per bene”, così Salvini reagisce alla reprimenda dell’Associazione nazionale magistrati alla proposta di legge sulla legittima difesa: ci sarebbe la possibilità, secondo i giudici italiani, di legittimare atti di violenza eliminando l’esigenza di proporzionare la difesa all’offesa.

Salvini sbaglia due volte.

Anzitutto perché armare privati cittadini non implica affatto disarmare i delinquenti, ma anzi al limite corre il rischio di innescare un’escalation di uso delle armi che produrrà gli effetti che ben conosciamo nei Paesi in cui l’uso delle armi è libero come gli Stati Uniti, in cui il tasso di omicidi ogni 100mila abitanti passa dallo 0,78 dell’Italia al 5,3%. Sei volte tanto.

Ma Salvini sbaglia un’altra volta sugli “italiani per bene”. Italiani che come Fredy Pacini, rivenditore di gomme e biciclette usate, stanco di subire piccoli furti, decide di ricavare una stanzetta nella propria officina, carica una carabina e ricava un giaciglio nell’officina. Completamente solo, la civiltà umana fuori dalla porta, il giustiziere rimane appostato in mezzo alle sue cose, alla sua proprietà. Passano giorni, settimane. Passano mesi e Fredy, italiano per bene, è sempre lì, vigile, nel buio, con la sua fida carabina a fianco, la rabbia che monta insieme alla frustrazione. Tante volte aveva sentito dei rumori, ma questa volta dietro la finestra inquadra nel mirino della carabina un ragazzo di 29 anni, moldavo, che probabilmente vuole rubare una bicicletta o un paio di copertoni. Fredy è fortunato, la sua lunga attesa ha pagato. Spara e uccide. Ancora più fortunato, ottiene gli onori della cronaca, una fiaccolata in suo onore e lo slogan “Io sto con Fredy!”. Per una parte dell’opinione pubblica (e probabilmente per Salvini) per qualche giorno e lui l’eroe. È lui l'”italiano per bene”.

In questo contesto culturale non è sorprendente che si consideri un principio di civiltà e di diritto il fatto di poter rinunciare alla legittimità della difesa, ovvero al necessario rapporto tra un’offesa è una reazione. Me lo spiegava mia madre da bambino e nulla è cambiato. Se un ladro entra in casa, tu hai paura, hai una pistola e spari nessuno ti considera responsabile. Ma c’è una proporzione perché il diritto alla difesa sia legittimo. Se uno ti insulta gli puoi rispondere a tono, gli potrai forse dare uno schiaffo, ma già un pugno è troppo.

Perché si dovrebbe sparare o uccidere senza che ce ne sia necessità alcuna, né giustificazione che un giudice trovi valida? Il nostro “italiano per bene” può decide di inseguire il ladro di biciclette e di sparargli alle spalle? E poi, perché no, può, una volta che il ladro sia a terra infliggere magari un secondo o un terzo colpo e finire il ladruncolo con calma? E se decidesse di rinchiuderlo in cantina, per completare una propria giustizia privata, il nostro “italiano per bene”? La preoccupazione dell’Anm è più che giustificata e chi lavora con i crimini lo sa bene.

L’idea è di punire l’invasione dei propri spazi, è chiaro. Ma un furto magari bagatellare non può diventare un passaporto per qualsiasi atto di violenza, anche efferata, purché la vittima si trovi nel sacro territorio della propria proprietà. Quello che cambia il nuovo progetto di legge è l’assenza di proporzione richiesta tra offesa e difesa, ossia legittimare il Far West e il mito del giustiziere che, da “bravo italiano”, si farebbe giustizia da solo, legittimando l’assenza delle istituzioni della vita di ciascuno e dall’obbligo di proteggere i cittadini.

Il mito così attuale, moderno eppure agghiacciante dell’italiano per bene che decide di ritirarsi dalla civiltà pensando di vestire i panni affascinanti di Charles Bronson nel Giustiziere della notte; senza accorgersi invece che da migliaia di giorni sta solo indossando il pigiama e andando a dormire in mezzo a vecchie biciclette e copertoni usati.

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