Atac è praticamente salva. Una specie di “miracolo”, come ormai commentano soddisfatti al Comune di Roma, anche alla luce del quadro disperato tracciato appena un anno e mezzo fa. L’ufficialità ci sarà solo fra qualche settimana, quando il Tribunale Fallimentare procederà al decreto di omologazione, salvo ricorsi o incongruenze nei voti, del risultato dell’adunanza dei creditori. Poi si potrà davvero lasciar partire il tappo dello spumante. Nel frattempo, a mezzanotte si chiuderà il voto, iniziato il 22 dicembre, con la gran parte degli aventi diritto che aveva espresso il proprio giudizio durante le feste natalizie. Il dato che trapela, dunque, è che circa il 60% di chi vantava crediti nei confronti dell’azienda capitolina dei trasporti ha votato positivamente alla proposta di concordato preventivo, dando di fatto il via libera al piano industriale messo in campo dai vertici della municipalizzata. Una percentuale, va chiarito, derivante non dal numero singolo dei creditori, ma proporzionale all’importo vantato. Tradotto: ognuno ha pesato in proporzione ai soldi che deve avere indietro.

Dal giorno in cui i giudici fallimentari approveranno il decreto di omologa – atteso fra qualche settimana – potrà quindi iniziare la seconda fase, non meno delicata, che durerà fino al 2022. Entro i primi 12 mesi, Atac dovrà rimborsare integralmente circa 178 milioni di euro ai creditori privilegiati – soprattutto dipendenti, enti previdenziali e alcuni fornitori – più i 12,8 milioni per i crediti prededucibili (spese della procedura e compenso dei professionisti e consulenti che hanno curato la predisposizione del Piano). Entro il triennio, invece, bisognerà risarcire il 31% delle somme vantate dai cosiddetti creditori privilegiati, dunque poco meno di un terzo della cifra totale, rideterminata in 591 milioni di euro (poco meno di 200 milioni). Quasi 400 milioni, dunque, da pagare in maniera sistematica e puntuale entro il 2022. E da qui non si deve scappare, perché al primo decreto ingiuntivo tutto il castello fin qui ben costruito rischierebbe di crollare, portandosi via gli sforzi sostenuti e condannato Atac al fallimento immediato. Fondamentale, in questo quadro, il piano di valorizzazione e vendita per 100 milioni di euro di diversi immobili della municipalizzata e il rilancio della flotta, con i primi 227 autobus che saranno in azienda “entro l’estate”. Superato il triennio, però, i creditori continueranno a ricevere i rimborsi. I risarcimenti andranno avanti per tutto il prossimo decennio e, forse, anche per l’inizio di quello successivo. Quando l’ultimo fornitore avrà ricevuto l’ultimo euro, il Comune di Roma potrà iniziare a riscuotere il suo credito di circa 517 milioni di euro. Ma saremo negli anni ’30 inoltrati e chissà cosa ci riserverà il futuro.

Un risultato tutt’altro che scontato. Al 1 settembre 2017, quando il cda di Atac aveva votato la richiesta di concordato preventivo in continuità, poi presentata il 18 settembre successivo, la società capitolina vantava ben 1,3 miliardi di debito, poi lievitati fino a 1,5 miliardi in sede concordataria. Il piano industriale presentato nel novembre 2017 e ratificato dall’Assemblea Capitolina nel gennaio 2018, oltre ai dubbi dei tecnici capitolini, era stato fortemente messo in dubbio dalla commissione fallimentare, con un decreto del marzo 2018 in cui si faceva riferimento addirittura a possibili illeciti. Il momento più buio e difficile di tutta la procedura. I vertici Atac e gli uffici capitolini sono stati costretti a riscrivere, di fatto, tutto il piano concordatario. Un documento tutto nuovo, questa volta ben accolto dai giudici, in cui sono state migliorate le stime patrimoniali, rimesse a posto alcune questioni bancarie e chiariti diversi aspetti legali. Fase cui è seguita nel luglio 2018 il tanto auspicato via libera.

Dopo la chiusura ufficiale delle operazioni di voto sono attese le prime dichiarazioni di giubilo dall’amministrazione capitolina. Un percorso impervio, quello del concordato preventivo, che ha sicuramente messo in difficoltà molti creditori – alcuni fornitori di servizi hanno avuto a loro volta seri problemi economici – ma ha comunque permesso alla più grande azienda dei trasporti italiana, con i suoi 11mila dipendenti, di continuare a vivere nonostante fosse in sostanziale default da quasi 10 anni. Un quadro derivante da scelte finanziarie folli, documentate nelle 594 pagine della relazione sul concordato e sulle quali la Procura di Roma sta lavorando da tempo. Forse la prima importante scommessa vinta per Virginia Raggi, cui adesso dovrà seguire il miglioramento del trasporto pubblico locale, ai minimi storici fra guasti, autobus a fuoco e problemi di puntualità.

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